La strada

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“Non c’è nessun Dio e noi siamo i suoi profeti”. Un uomo e un bambino in cammino in una terra desolata. Il sole è coperto costantemente da uno strato impenetrabile di fuliggine grigia e da nuvole che scaricano neve e pioggia gelida. Il terreno è coperto di cicatrici, crepe, rovine, cadaveri mummificati, ossa. Piante di ogni tipo e alberi sono morti, secchi come scheletri. Tutta la vita animale, eccezion fatta per pochi sparuti esseri umani che si aggirano per il mondo come fantasmi smunti, è estinta. Il mare non è più nemmeno azzurro, e chiazze larghe chilometri di lische di pesci morti lo coprono a perdita d’occhio. L'impatto di un asteroide? L’ inverno nucleare seguito a una feroce guerra atomica? Una immane eruzione vulcanica? Non sappiamo quale catastrofe abbia ridotto la Terra in queste condizioni. Sappiamo solo che questo evento misterioso che ha posto fine alla civiltà umana e ha spazzato via l’ecosistema si è verificato una decina di anni prima, una notte, quando tutti gli orologi si sono fermati per sempre all’1 e 17 e il rombo della catastrofe ha squassato il cielo. Allora l’uomo aveva anche una moglie, e la donna era incinta del bambino che ora cammina al suo fianco. Subito dopo il cataclisma, l’umanità è piombata in un Medioevo sanguinario, tutti contro tutti per conquistare cibo e calore. Anno dopo anno, massacro dopo massacro, rogo dopo rogo, stupro dopo stupro, follia dopo follia, gli esseri umani sono rimasti in pochissimi. Malati, affamati, disperati, stanchi, soli. A frugare tra le rovine coperte di cenere per trovare qualcosa di funzionante, qualcosa di asciutto, qualcosa da mangiare. Il bambino non ha mai conosciuto un mondo diverso da questo, e ascolta i racconti del padre con un po’ di sospetto, come si trattasse di favole, di sogni. Quando era piccolissimo sua madre si è suicidata: la donna pensava che non avesse senso andare avanti così, limitandosi alla mera, incerta, dolorosa lotta per la sopravvivenza. Avrebbe voluto portare con sé il figlio nel pietoso oblio della morte, ma l’uomo non lo ha permesso. Non per generosità, probabilmente, ma per avere una ragione di vita, qualcosa che lo salvasse dalla maledizione della memoria. Ora il bambino ha circa dieci anni, fa tante domande e tanti sogni che al risveglio non vuole mai raccontare. Insieme, l’uomo e il bambino camminano verso il mare, trascinando stancamente le loro povere cose, cercando disperatamente di trovare del cibo e di non diventare cibo a loro volta delle bande di cannibali che infestano la strada. La strada coperta di neve e di cenere, la strada che sembra non finire mai...

Una volta i libri così li scrivevano gli scrittori di fantascienza. Romanzi post-apocalittici, li chiamavamo. E la critica letteraria storceva il naso. Male, perché molti di quei romanzi erano capolavori assoluti, e tutti - nessuno escluso - avevano il fascino delle storie che vanno a toccare un archetipo, una paura profonda, un tema carico di simbolismi e sottintesi. Da qualche tempo scrivere romanzi post-apocalittici è diventato uno sport per ricchi, un esercizio per intellettuali, un vezzo di scrittori famosi e stimati. Gli ultimi due esempi, il colto Le invenzioni della notte di Thomas Glavinic e questo La strada, che ha fruttato a Cormac McCarthy nientemeno che il Premio Pulitzer 2007. Già, perché ovviamente adesso la critica fa a gara a stendere lodi, a comporre inni, a glorificare trame e intrecci che fino a pochi anni fa dileggiava e considerava di serie B. Così va il mondo dei libri, si sa. Se questo libro l’avesse scritto - identico dalla prima parola all’ultima – un Richard Matheson, un John Christopher, un David Brin, un Walter Jon Williams, non avrebbe vinto il Pulitzer. Mai. Un’amara consapevolezza che non ci impedisce di goderci il romanzo di McCarthy, che rilegge una trama classica con gran classe e con dolente sensibilità di vecchio poeta. Immaginate un’immensa Ground Zero, fatta di polvere e travi di acciaio che indicano (accusano?) il cielo come costole di un’immensa carcassa, e tutto immerso in una nube di polvere e detriti, una luce grigia e fuligginosa nella quale paradossalmente le cose e i sentimenti sembrano assumere contorni più vividi, non più incerti e nascosti. Nessuna speranza, nessun conforto, nessun lieto fine in agguato. Stile asciutto, fatto quasi tutto di dialoghi, parole scarse come la roba da mangiare, secche e amare come i sorrisi. Una metafora religiosa, come hanno scritto alcuni? C'è effettivamente molto di biblico nella migrazione dei due protagonisti, in questo esodo, in questa traversata del deserto verso una terra promessa che non c’è, e l'innocente e generosa bontà del bambino - stridente con il pragmatismo senza speranza del padre - ha molto di messianico, di cristiano. Eppure La strada è il libro più ateo che ho letto da anni. Ci sono un padre e un figlio, è vero, ma non c'è nessuno Spirito santo.



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