La strada

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Lutie Johnson è una giovane donna nera negli USA non ancora del tutto fuori dal secondo conflitto mondiale. Lascia il marito dopo averne scoperto l’infedeltà. Lei lontana a guadagnare i soldi per sopravvivere e lui tanto solo da aver bisogno di consolarsi. Va via senza strappi. Nelle case dei ricchi per i quali lavora ha imparato a credere nel sogno americano. Ha imparato che se si sgobba e si risparmia, se si studia e si sacrifica tutto per un obiettivo, quell’obiettivo sarà sempre più a portata di mano. Così si trasferisce con il piccolo figlio Bub in una topaia di Harlem, presidiata da un portinaio lurido nel corpo e nell’anima. Un uomo violento e torbido che la bellezza di Lutie non lascia indifferente. È l’indifferenza di lei, invece, che diventa un’ossessione per lui, lo stratagemma per pianificare trappole per farla cadere tra le sue braccia e immaginare un futuro insieme che rimane solo dentro i suoi pugni serrati, il suo viso stravolto e la sua testa frustrata di animale. A Lutie non interessano gli uomini. Le interessa solo guadagnare abbastanza per permettere a Bub di non vivere più in un quartiere povero, bersagliato dalla fame e dalle schegge dei sogni infranti; di non crescere e maturare solo in un ambiente ostile e malvagio; di poter studiare e sollevarsi da quell’antro di miseria che è lo stigma a fuoco sull’altro stigma, quello della loro pelle. Lutie sa della sua bellezza, sa che gli uomini la divorano con gli occhi e sa anche l’unica cosa che vogliono. Sa di essere una preda, ma una preda che non si vende; e se non si vende, non si compra. O si compra ad un prezzo che è lei stessa a stabilire. Perché il pensiero, nonostante sia più spesso del dovuto assente dalla sua vita, è Bub. Solo Bub e il suo futuro. Sa anche che la sua bellezza può diventare un problema. E se il dubbio di un problema può trasformarsi nella concretezza di un problema, state tranquilli che col ricatto o con la violenza, con la forza della disperazione o con lo spietato cinismo, lo farà…

Ann Petry è una scoperta, oltre ad essere una rivelazione. Il suo La strada fu pubblicato nel 1946, in un contesto storico e sociale che per gli USA era l’anticamera del rilancio e della rinascita e per gli afroamericani era tremendo e bruto come al solito. Un romanzo scritto da una donna afroamericana in quegli anni non poteva sperare di avere successo e invece superò il milione di copie vendute. Prima notizia. Seconda notizia: il linguaggio. Abrasivo, asciutto, diretto niente affatto manierato come si potrebbe supporre. Fuori dal tempo, fuori dal genere, La Petry in quegli anni di stucchevole moralismo, ancora più raggelante pudicizia e disgustoso razzismo chiama le cose col loro nome e mette nero su bianco - letteralmente, come vedrete - il raccapricciante rapporto tra bianchi e neri, in primo luogo, e tra donne e uomini, in secondo luogo. Dentro questo romanzo, in cui sembra che si perda e basta, ci sono uomini schifosi, lascivi, dall’anima pezzente e donne magnifiche, sfacciate, forti, aguzze. Lo sbilanciamento è evidente, legittimo e non disturba. Perché dovrebbe? È una fotografia che continuiamo a guardare ancora oggi con disgusto e riprovazione. Uomini che soffrono uno sconcertante delirio di onnipotenza e donne che a fronte della miseria, della solitudine, della razza che gli pesa come un sovrapprezzo, del sentirsi - e dell’essere - oggetto di contesa, proprietà, diritto di prelazione, si rimboccano le maniche e operano per tirarsi fuori dalla melma, mantenere alta la propria dignità, badare da sole a non perdere di vista la strada sulla quale si è scelto di camminare, che ha un orizzonte confuso e crepitante e non consente di ritornare indietro. In questo Lutie vi stupirà e, se avete tempo mentre vi stupite, mettete in sottofondo Spanish Harlem di Ben. E. King e ascoltatela bene. C’è sangue, un’ipotesi remota di redenzione continuamente ritrattata, c’è squallore e cattiveria. Tutto scoperchiato ed esaltato da un linguaggio spietato, avveniristico per l’epoca in cui La strada è stato scritto. Racconta una storia spigolosa, per mandarla giù ci vuole stomaco e muscoli della gola bene allenati. Secca da spaccarsi. Niente fiocchetti né specchietti né brillantina né gingilli con quei personaggi delineati in maniera così lapidaria da fare male, tanto sono veri e sanguinanti. Fa incazzare per i temi che affronta, perché dentro c’è la questione razziale, la questione di genere, la povertà, i maledetti soldi e l’altrettanto maledetto riscatto; perché i bianchi possono tutto e i neri non possono niente. E fa incazzare anche per come li affronta, con un disincanto che sa di rassegnazione e malcelato fatalismo; un disprezzo che puzza di volontà di rivalsa e di miseria che non si scrosta dalla pelle, non importa quanto forte si possa sognare. The Help e Kathryn Stockett devono molto a Ann Petry e al suo La strada.



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