La strada da fare

La strada da fare

Clara ha “la pelle oliva della Sicilia e un accento marcatamente emiliano”, e non sente di avere un posto che sia davvero casa. Figlia di un ferroviere, è cresciuta guardando le linee parallele dei binari andarsene da qualche parte, e pensando che fosse naturale seguirle, in qualche modo, al momento giusto. Forse per questo ha sempre amato camminare. Clara è una sradicata; ha perso il Sud, e ne ha tanta nostalgia. Naturale. Giulia, invece, non lo ha mai vissuto; è “in origine piemontese, ma sul confine lombardo, proprio lì sulla riva del lago Maggiore. Una borromea, insomma”. Da dieci anni abita a Torino, ma non si sente torinese; nemmeno novarese. Della viandanza sa poco, è una che fino a poco tempo prima non ne sapeva niente “di scarponi e delle loro vesciche, di capillari rotti, stupore di arrivare”. Clara e Giulia hanno circa trent’anni e uno strano desiderio: passare un periodo a vagabondare per il Molise, forse perché non ne sanno letteralmente niente: “Campobasso. E Isernia. Forse. Ecco ciò che sappiamo, il resto è tabula rasa, nessuna tradizione, nessun piatto tipico né un vino. Non un’idea sul paesaggio”. Niente. Vogliono starsene in quella “pozzanghera d’Italia”, andando per un mese intero per le antiche vie della transumanza, i “tratturi”, esplorando borghi e paesi più o meno disabitati, cercando di ritrovare qualcosa di autentico, di “primordiale”, e vagheggiando un’esperienza atipica in un contesto purtroppo trascurato: quello della “regione che non esiste”, la terra dei vecchi e indomiti Sanniti. Non hanno paura di perdersi lungo i tratturi, di non rimediare un letto o di ritrovarsi senz’acqua – o forse non ci pensano troppo. Il loro progetto vince un bando che premia i viaggi lenti e i viaggiatori che cercano strade nuove: si chiama “Fuori rotta”. A quel punto nasce un blog, “Due passi in Molise”, via via sempre più sostenuto dalla solidarietà e dalla partecipazione dei locali. Durante il viaggio, Clara la siciliana sradicata e Giulia la piemontese eccentrica si mettono a scrivere un diario, ognuna il suo; al termine del viaggio, Clara scrive un libro amalgamando quei due diari, giocando per lo più su una spericolata e improbabile narrazione in prima personale plurale...

Esordio di Maria Clara Restivo, già collaboratrice della Scuola Holden, pubblicato dalla Neo. nella collana inaugurata, pochi anni fa, dal fortunato Coi binari tra le nuvole. Cronache dalla Transiberiana d’Italia di Riccardo Finelli, La strada da fare. In cammino nella regione che (non) c’è è discreta letteratura di viaggio, caratterizzata da un’apprezzabile ingenuità e da una contagiosa spontaneità, degna di considerazione soprattutto per via dell’argomento scelto. Del Molise infatti si scrive davvero poco, e una simile pubblicazione, con tutti i suoi limiti, con tutta la sua colorita amatorialità, va trattata con rispetto e sostenuta quasi a scatola chiusa, accolta con gratitudine. A livello editoriale, si può contestare la copertina di Barbarisi, con una lumaca un po’ kitsch che confonde il lettore all’oscuro della materia; sembra l’illustrazione di un quaderno naturalista, finisce per disorientare i neofiti. Più riuscita e indovinata la mappa del territorio di Anna Anastaseni, disegnata in terza di copertina; forse le illustrazioni andavano invertite, in positio princeps la mappa, in terza la ludica lumachina, a evocare il “cammino lento” e via dicendo. La Restivo restituisce memorie di un’avventura che è stata sostenuta e alimentata dalla solidarietà e dalla sensibilità dei molisani, ospitali e orgogliosi dell’iniziativa; racconta il suono del bufù, “una botte scoperchiata da un lato e poi ricoperta da pelle di capra, con un foro al centro in cui passa una canna di bambù”, e celebra gli spaghetti quadrati e la pampanella, si ritrova in mezzo a una partita a ruzzola (a spanne: una gara di lancio di formaggi) e riscopre la tradizione del tombolo, uno speciale merletto realizzato a mano; appunta “una città che aspetta e si lamenta del caldo che non conosce”, Isernia, e tutta una serie di borghi e paesi, da Guardiaregia, memoria vivente di “risorgimentali” violenze sabaude, a Castelpetroso, “come un drago di pietra addormentato”; dalle rovine di Altilia, “prima traccia di romanità in una terra che trasuda sannitità”, ai colorati carri di carnevale di Larino, passando troppo rapidamente per le cupe e antiche borgate degli esuli croati, fuggiti dalle orde turche: cioè Acquaviva Collecroce, Montemitro e San Felice del Molise. La Restivo e la sua compagna di viaggio si innamorano della buona gente che li ospita, della loro cucina, della loro essenza – in senso stretto; forse non si soffermano a dovere su aspetti culturali di un certo fascino come, ad esempio, i segreti del museo di Baranello; mancano completamente le reminiscenze letterarie, manca una bibliografia, manca una sorta di baedeker da consultare o da criticare durante il viaggio, secca – ogni tanto – l’eccessiva autoreferenzialità di quel “noi” narrante, leggermente adolescente. E tuttavia... questo libro è così vivace, e i luoghi che racconta sono così insoliti e così romantici, che tante obiezioni finiscono per dissolversi in un sorriso.



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