La strada del ritorno è sempre più corta

La strada del ritorno è sempre più corta

Tre generazioni di donne si passano il testimone intorno alla vita di quello che per una è figlio, per l’altra è marito amatissimo e per l’ultima un padre rimpianto. Santa, Lia e Vera sono nate e cresciute a Campobasso, ognuna con una storia di abbandono e di amore frantumato che le costringe a fare i conti costantemente con una pesante dose di infelicità. Santa, dopo aver sposato Gesualdo Lorenzini, mette al mondo due figli, Camillo e Giordano che diventano in breve tempo la sua unica ragione di vita, insieme all’ossessione per le pulizie e per la cucina casalinga. Il marito la abbandona da un giorno all’altro, stufo di quel suo carattere spigoloso e anaffettivo, quindi Santa riversa tutte le sue attenzioni sui due maschi rimasti, in particolare su Giordano che all’apparenza sembra essere quello più fragile fra i due. In realtà Giordano parla poco, dice solo le cose essenziali, ha una grande cultura, scrive, vende libri non suoi in una piccola libreria del centro, è un uomo complicato sì ma molto affascinante. Un giorno incontra Lia Greco, costumista di scena e se ne innamora all’istante. Giordano è bellissimo, Lia invece è “una che fa sempre rumore”, un’entusiasta della vita e il loro amore, a dispetto di qualche colpo di testa di Giordano, finisce per avere la meglio sui tradimenti, sull’ostilità costante di Santa e sulla vita di provincia spesso angusta e senza stimoli. Nasce Vera, “rossa, lunga e scontrosa” come il padre con in dote una sfacciataggine e una curiosità infinite. Lia ama i Beatles, nomina Ringo Starr come suo amico immaginario e soprattutto ha un amore sconfinato per il padre che le trasmette la passione per i libri e per la musica. La bambina ha solo cinque anni quando Giordano muore per un tumore al cervello che gli dà solo pochi mesi di preavviso. Una morte che sgretola in un secondo tre vite e che lascia Santa, Lia e Vera con un bagaglio fatto di assenze e rimpianti. La vita poi, come deve, va avanti: Lia si trasferisce a Roma con la madre, si laurea, comincia a lavorare, cerca di dimenticare la mancanza fino a quando un manoscritto a firma di suo padre, inviatole da suo nonno Gesualdo, la costringerà a dare una risposta a tutte le domande del passato e a riscrivere una storia che torni ad avere un senso almeno per lei…

Valentina Farinaccio è un nome noto nel mondo del giornalismo, apprezzata penna per il “Venerdì di Repubblica” e scrittrice a sei mani del manoscritto La sindrome di Bollani, dedicato al famoso compositore. Ha fatto la gavetta soprattutto nel giornalismo di matrice musicale, dopo essersi specializzata a Perugia. Una carriera in crescendo che la porta a trentasei anni, dopo mesi di scritture e riscritture, alla pubblicazione de La strada del ritorno è sempre più corta, suo primo romanzo, in parte frutto della propria personale esperienza di donna. Vera come Valentina nasce e cresce a Campobasso ed è costretta, come l’autrice, a fare a meno troppo presto di un padre sottrattole da un cancro che non perdona. Nel ripercorrere la storia di Vera e soprattutto il suo bisogno di aprire varchi di luce e conoscenza sull’esistenza di un uomo che ha molto amato negli anni della sua presenza e molto odiato in tutti i lunghissimi anni della sua assenza, Vera attraversa circa novant’anni di storia italiana. Ma questo non è un romanzo ad una voce sola, i capitoli si susseguono cambiando il registro della narrazione e affidando di volta in volta a Santa, Lia e alla stessa Vera il racconto della propria verità. Inutile dire che ognuno ha la propria che trae respiro e ragione da un cammino di memoria che ha per oggetto un uomo eccezionale, amato, rimpianto come solo i grandi assenti sanno essere. Giordano Lorenzini “era breve come una poesia breve. Non fingeva, non dava spiegazioni. Non si dilungava mai”. Era il vestito perfetto per Lia, anche se leggeva troppo, pensava troppo ed era certamente più colto di lei ma aveva un modo così speciale di accarezzare la vita da rendersi insostituibile. Lia perdona il suo tradimento, combatte contro l’avversione manifesta della suocera Santa a cui non si è mai sforzata di piacere, e dopo la morte del marito cerca di crescere una figlia difficile, a tratti ostile, ferita dall’intero universo maschile perché incapace di venire a capo della propria infelicità. Vera resta per tutto il tempo il perno del racconto, l’oggi che chiede ragioni, la fumantina irrazionalità di un cuore che prende a pugni un mondo che avrebbe voluto diverso. Tornare alle radici della sua infanzia, di cui ricorda poco e niente, o in cui piuttosto i ricordi restano sfumati ed edulcorati dall’incoscienza di una bambina sveglia ma comunque inconsapevole, è l’unico modo che le resta per rappacificarsi con un presente scontroso e deludente. Sua madre Lia è sempre stata il faro imperfetto su cui orientare la via, una donna con i suoi spigoli, le sue omissioni, l’essere più anticonvenzionale sulla terra, ma ferma, sicura, decisa e consapevole come poche. Forse per questo Vera la ammira ma la respinge, lei come unica custode di un passato pieno di porte segrete che nessuno ha mai avuto il coraggio di aprire, resta comunque quella parte di verità di cui Vera ha bisogno. Perché ha senso dire che alla fine non serve prendere appunti, che ad un certo punto bisogna davvero parlarsi e mettersi a nudo. Madre e figlia fanno questo, in un dialogo serrato che scoperchia ricordi dolorosi, ridimensiona figure spesso solo fantasticate e rimette insieme i pezzi di un puzzle infinito. Lia ha la saggezza che le viene dall’aver visto, toccato, odorato e patito la sofferenza per i mesi dell’agonia di Giordano, Lia sa, conosce, capisce quel mare di differenze che passano tra il dimenticare e il non voler ricordare. Vera la costringe a scongelare i fantasmi, frantumando, pezzo per pezzo, la corazza dentro cui ha deciso di congelare il suo cuore. Non sarebbe stato possibile amare altri dopo Giordano, lui che così perfettamente riempiva ogni angolo della sua vita, lui che ha camminato con la levità delle anime pure su una terra spesso cattiva da cui però si è congedato con la dignità di un vincente. “I’m only sleeping” lascia scritto a Vera in un bigliettino a quadretti che è quasi un testamento, sto solo dormendo, niente di grave, amore mio, sembra dirle, “tengo un occhio sul mondo che scorre dalla mia finestra” ma tu non svegliarmi. Quanta traboccante poesia in questo addio che non disdegna di tingersi di un pizzico di giallo sul finire della narrazione ma che resta un congedo delicato e straziante allo stesso tempo. Come si può dare un senso al dolore di perdere un genitore da bambini? Cosa ci può salvare dal fatto di essere vissuti orfani per metà? Vera ci prova e ci riesce raccogliendo con coraggio e perseveranza tante piccole briciole lasciate per strada. Porta con sé in questo viaggio nel tempo, i nonni, gli zii, una città che è e resta il suo sguardo stupefatto su un domani che offre ancora spiragli di felicità. La memoria ci salva, la verità, a suo modo, spesso, fa altrettanto, Valentina Farinaccio, oltre ad essere dotata di un grande talento, è una giovane donna caparbia, ostinata, tenace che non ha paura di quella verità. Leggerla è un processo salvifico che vi farà del bene.



 

 

 

 
 
 
 

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