La strada della libertà

La strada della libertà
E' l'11 giugno 1944. Ben Kahn viaggia nel cassone del pesante GMC - un camion da due tonnellate inquadrato in un'armata di altri autocarri - diretto alla sede del comando della 90ª divisione, sua unità di assegnazione. Siamo in Francia, pochi giorni dopo il D-Day e lo sbarco in Normandia delle forze alleate. Kahn è un rabbino dell'esercito americano, oltre che ex veterano del primo conflitto mondiale e ha un'unica missione nella testa. Mettersi sulle traccie del figlio, pilota di un bombardiere abbattuto, di cui da mesi non riesce più ad avere notizie. Il cappellano alla vista di un cadavere riverso nella risacca fa bloccare immediatamente il convoglio e si getta senza pensarci due volte - l'acqua fino alla cintola - a recuperare quel povero corpo per adagiarlo sulla riva. E' il primo morto che la seconda guerra mondiale gli fa incontrare. Non sarà certo l'ultimo. Anzi, giunto alla 90ª divisione, sarà lui stesso a richiedere al generale di essere destinato alla prima linea, tra i soldati e i cannoni, nonostante la 90ª sia in enorme difficoltà, abbastanza allo sbando e con numerosissime perdite al suo interno. Alla guida del convoglio che trasporta Kahn intanto, Joe Amos Biggs, nero e giovane autista dell'esercito, osserva la stessa scena del cadavere, con il suo collega Boogie John. Anche per lui quello è il primo morto concessogli in regalo dalla guerra. Ripresa la marcia in direzione di Pointe du Hoc, nel silenzio dell'abitacolo, Amos non riesce a darsi pace. Tutt'intorno la desolazione raccapricciante del conflitto lo tiene in costante agitazione. Davanti la sagoma dell'autocarro che li precede, di lato carcasse di navi da trasporto semiaffondate e alla deriva verso l'Inghilterra, come macabre bare dei mille soldati che fino a qualche giorno prima avevano orgogliosamente trasportato, di dietro le casse con le munizioni da portare alle prime linee come rifornimento. Non riesce a farsene una ragione, Amos. Non gli va proprio giù che a lui, nero americano, sia concesso di dover solo partecipare da autista-spettatore a quello scempio, senza potervi direttamente partecipare. Non si riesce a convincere di come la patria gli possa negare la possibilità di imbracciare il fucile e gettarsi nella mischia, al pari dei bianchi soldati a stelle e strisce. E poi c'è Chien Blanc, il disertore americano, divenuto un potente e temuto contrabbandiere grazie alla borsa nera, che con la fine della guerra e con la liberazione di Parigi, vedrà i nodi della sua esistenza, grazie alla più inaspettata delle visite, venire irrimediabilmente al pettine...
David L. Robbins, autore già del bestseller-capolavoro Fortezza Stalingrado (da cui è stato tratto il film "Il nemico alle porte"), va in scena con Longanesi con un altro kolossal narrativo sulla seconda guerra mondiale. Un libro ottimamente scritto e diretto, perfino maniacale nella minuziosa ricerca delle ambientazioni e dei riscontri storici, che affronta il dramma del secondo conflitto mondiale visto e vissuto sul campo da personaggi diametralmente opposti che si alternano e s'intrecciano sulla scena con buon ritmo e dinamicità. E' proprio il tema delle singole e personali “guerre” nella guerra che dà forza al romanzo. Il rabbino costretto a fare i conti con gli obblighi omicidi del conflitto e la richiesta di grazia che la sua assetata coscienza richiede. Il dramma razziale di una generazione di neri – rappresentata dall'autista Joe Amos - relegati dalla patria all'epoca, al marginale ruolo di spettatori, in un conflitto a cui, pur essendone drammaticamente parte, quasi è proibito accedere (la famosa Red Ball, coda dell'esercito americano capace in soli ottantatrè giorni di spostare quasi cinquecentomila tonnellate di rifornimenti, dalla patria alle prime linee d'offesa). Un romanzo insomma assolutamente imperdibile - se pur meno intenso rispetto al primo – per gli appassionati del genere.

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