La strategia della tensione

Dopo la fine della seconda guerra mondiale occorre ricostruire l’ordine tra gli Stati e poiché il conflitto termina con dei vinti (Germania, Giappone, Italia) ma senza nessun vincitore assoluto, esistono fondati timori che tra le nazioni vittoriose possano scoppiare nuovi conflitti. Così i trattati di pace vengono preceduti da contatti mirati, ma la questione esiziale che genera immediatamente frizioni è quella riguardante la Polonia. Gli anglo-americani sperano che i sovietici consentano la nascita di una Polonia aperta al libero mercato e con istituzioni liberaldemocratiche, seppur loro alleata: in pratica una finestra aperta sull’Europa Orientale. I russi dal canto loro sono concentrati sulla difesa dei propri confini e ritengono la Polonia una pedina importantissima all’interno di una vasta area da porre sotto la rispettiva influenza. Ad aver la meglio è Mosca, che si muove per riorganizzare il Partito comunista locale, definito per ovvie ragioni Partito Operaio Polacco e così a seguire, anche l’organizzazione amministrativa del nuovo stato viene sostanzialmente imposta dall’Unione Sovietica. Sugli sviluppi della situazione influisce anche la morte di Roosevelt, avvenuta il 12 aprile 1945, che determina la fine di un progetto di apertura degli Usa verso la Russia. Nel febbraio del 1946, Stalin tiene un discorso apertamente anticapitalistico e George Kennan, diplomatico presso l’ambasciata USA a Mosca, in una lunga e dettagliata comunicazione al Dipartimento di Stato spiega che il discorso di Stalin rappresenta una conferma della strategia sovietica di chiusura verso gli Stati Uniti e di espansionismo territoriale…

L’interessante saggio del prof. Aldo Giannuli consente al lettore di comprendere correttamente le dinamiche all’origine di atti di estrema violenza accaduti a partire dagli anni Sessanta in Italia così come il sorgere del terrorismo e ciò in quanto il raggio dell’analisi viene compiuto da un’ottica particolare: quella dell’Europa nell’ambito dei rapporti tra le due superpotenze. Lo studioso, partendo dalla situazione generale esistente all’indomani della seconda guerra mondiale, opera una disamina delle situazioni particolari interne ai vari Stati e riguardo all’Italia si sofferma sul complesso clima politico che condusse alle stragi ed agli attentati di varia matrice ideologica nel corso di un trentennio. Una guerra civile a bassa intensità, sostanzialmente eterodiretta, che causò oltre 35.000 feriti combattuta all’interno del nostro territorio mentre fuori, era in atto la cosiddetta “guerra fredda”. Fu difatti la “cortina di ferro” esistente tra USA e URSS a causare in Italia la strategia della tensione quale conseguenza ultima del fallimento degli accordi di Yalta e della crisi post bellica. Essendo il nostro territorio proteso geomorfologicamente verso un altro continente ed a stretto contatto con i paesi dell’Est fu il centro di strategie tattiche di altri paesi, autentico “ventre molle dell’Europa” secondo la definizione che con profondo rammarico esprime l’autore. Insomma una chiave interpretativa corretta, frutto di giuste supposizioni di eventi che sconvolsero per lungo tempo gli abitanti delle grandi città italiane, che causarono morti e feriti e che sconvolsero le generazioni successive memori di guerriglie urbane dalle quali solo oggi conosciamo l’origine.

 


 

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