La svastica sul sole

La svastica sul sole
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1962. Quindici anni dopo la capitolazione degli Alleati, la vittoria dell’Asse e la fine della Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti sono stati divisi in tre parti: una colonia giapponese a nord-ovest, una colonia tedesca a sud e il debole Stato delle Montagne Rocciose a fare da cuscinetto nel mezzo. Gli stati del Pacifico sono una zona relativamente tranquilla per viverci – contrariamente all’Europa, che tra il prosciugamento del Mediterraneo, le spedizioni spaziali organizzate dai nazisti e le voci di un terribile sterminio in Africa è ancora in subbuglio – e Robert Childan infatti porta avanti la sua attività di antiquario senza scossoni. Il suo negozio di San Francisco “Manufatti Artistici Americani” va molto bene, soprattutto le pistole della Guerra di Secessione trovano molti estimatori tra i clienti giapponesi. Childan ignora però che molte di quelle pistole non sono antiche, bensì ingegnosi falsi prodotti dalla fabbrica di un tale Wyndham-Matson. Frank Frink, un operaio licenziato proprio da quella fabbrica, tenta di sabotare il losco commercio svelando sotto copertura l’inghippo a Childan e nel frattempo con il collega Ed McCarthy apre un laboratorio di gioielleria. Intanto tra Giappone e Germania – alleati e vincitori del conflitto - serpeggia una tensione crescente: l’improvvisa morte di Martin Bormann, Cancelliere del Reich, e l’incertezza sulla sua successione fanno precipitare la situazione. In California arriva il sedicente signor Baynes, all’apparenza un industriale svedese, ma in realtà un agente segreto tedesco venuto ad avvertire le alte gerarchie giapponesi di un terribile complotto che potrebbe portare il mondo a una devastante guerra atomica...

Pur essendo La svastica sul sole (e dai, diciamolo, l’infedelissimo titolo italiano è decisamente più affascinante dell’originale The man in the high castle) uno dei primissimi esempi di ucronia della storia della Letteratura, basta leggerne poche pagine per capire che il tema della storia alternativa non è affatto al centro della narrazione come il lettore – soprattutto un lettore moderno – si aspetterebbe. Per fare qualche esempio, ai genocidi avvenuti in URSS e in Africa si fa cenno solo en passant, non ci sono flashback degni di questo nome che rievochino gli eventi storici che rendono la timeline del romanzo diversa dalla nostra, alle vicende militari vengono dedicate poche righe, al destino di Hitler idem. Ambientare un romanzo in una San Francisco occupata – di più, colonizzata – dai giapponesi, in un mondo dominato da un regime nazista post-hitleriano che progetta, esegue o minaccia stermini di massa è già uno spunto talmente potente che basta inserire su questo sfondo un plot semplice semplice e un libro va avanti da sé, no? Eppure il genio visionario di Philip K. Dick sfugge a queste logiche mainstream, a queste linearità, a queste scorciatoie. Lui se ne frega altamente del manuale Cencelli del creatore di bestseller. E partorisce – con buona pace di chi, allettato dall’immancabile IV di copertina roboante, si aspettava una storia corrusca e maestosa o come minimo un cupo noir fantapolitico - una vicenda bizzarra, complessa, irta di sottotrame e spunti, quasi tutta giocata sul livello del quotidiano, dell’interiorità. A Dick frega assai di giocare a “Sid Meier’s Civilization” alla faccia nostra, lui pare più interessato a cercare un pretesto narrativo per raccontare una weltanschauung, una inquietudine, una paranoia. Chi cerca insomma atmosfere à la Mario Farneti o Robert Harris (per citare due illustri cantori di futuri alternativi all’insegna del nazifascismo) resterà deluso. Chi cerca un romanzo spiazzante, fascinoso e innovativo no. Elenco di alcune delle idee geniali contenute ne La svastica sul sole: i personaggi consultano l’I Ching come un oracolo prima di prendere qualsiasi decisione; gli occupanti giapponesi hanno la fissa dell’antiquariato americano; c’è un romanzo nel romanzo intitolato La cavalletta non si alzerà più nel quale l’Asse ha perso la guerra per colpa dell’Italia e l’Impero britannico domina l’Europa. Meta-ucronia, mica bruscolini.



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