La tana del serpente bianco

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1860. Il giovane proprietario terriero e allevatore australiano Adam Salton riceve la lettera di un suo prozio, l’anziano gentiluomo inglese Richard Salton, che lo invita nella sua splendida tenuta di Poggio Minore, nel Derbyshire, e gli annuncia di volerlo nominare suo erede universale. Felice, Adam parte dall’Australia, il 12 di giugno giunge in nave a Southampton e lì trova ad aspettarlo il suo parente. Insieme in carrozza attraversano il cuore della campagna inglese: Salisbury, Bath, Cheltenham, Worcester, Stafford per giungere infine nell’antico regno di Marcia (in epoche remote conosciuto come “Boschetto di Diana”), roccaforte dei Romani in Britannia, dove c’è la tenuta dei Salton. La piccola comunità del luogo è in fermento perché anche un altro ospite illustre è atteso per quei giorni: la prestigiosa dimora Castra Regis infatti – dopo ben cinque generazioni in cui è stata amministrata e gestita da personale specializzato – sta per accogliere finalmente uno dei suoi proprietari, il giovane Edgar Caswell, nato e cresciuto in Africa. Sui Caswell girano da sempre strane voci: “freddi, egoisti, prevaricatori, sprezzanti di qualsiasi conseguenza quando perseguono la loro volontà”, “brutali per natura”, vengono considerati discendenti diretti dei coloni Romani. Giunto a Poggio Minore Adam Salton fa la conoscenza di diverse persone interessanti: il simpatico sir Nathaniel de Salis, amico fraterno di zio Richard e appassionato studioso della storia e delle leggende locali; la fascinosa e gelida vedova lady Arabella March, che mira a farsi sposare da Edgar Caswell per riappianare i suoi debiti e salvare la sua proprietà, sulla quale gravano pesanti ipoteche; l’anziano Michael Watford, uno dei locatari di Caswell, con le sue due bellissime nipoti orfane Lilla e Mimi. Di quest’ultima Adam si innamora perdutamente a prima vista…

Pubblicato nel 1911, solo un anno prima della morte di Bram Stoker e ultimo suo libro, La tana del serpente bianco (nel titolo originale però si parla di “worm”) è conosciuto in tutto il mondo nella sua versione del 1925, pesantemente ridotta – 28 capitoli anziché 40, circa 100 pagine tagliate – per rendere il romanzo più commerciale. Ispirato alla leggenda britannica del “Lambton Worm”, il libro è un guazzabuglio pulp in cui convivono esotismo di rimando – i giovani protagonisti arrivano dalle misteriose colonie britanniche ma scoprono nel cuore dell’Inghilterra un mistero ancor più oscuro e minaccioso – becero razzismo colonialista – gli africani ad un certo punto vengono definiti en passant “la più bassa di tutte le forme del creato che avessero un aspetto apparentemente umano” – e naturalmente torrido erotismo represso, in puro stile vittoriano – è tutto un susseguirsi di serpenti enormi che si infilano a fatica in buchi viscidi, donne fatali inguainate in vestitini che ne fasciano le forme, sguardi mesmerici che violentano nel profondo dell’anima vergini innocenti. Molto affascinante (ma molto mal sfruttato) il richiamo all’occupazione romana in Britannia e al “clash of cultures” – con rispettive contaminazioni – che ne derivò, gustoso il finale pirotecnico e insolitamente “gore”, con il serpente dinosauro smembrato da fulmini e dinamite. Nel 1988 il regista chic/kitsch Ken Russell ha diretto una versione cinematografica de La tana del serpente bianco interpretata da Amanda Donohoe e Hugh Grant.



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