La terapeuta

Venerdì 6 marzo. Quando Sara si sveglia è nel letto da sola, Sigurd è già uscito per andare a trascorrere un fine settimana a Norefjiell, con i suoi amici Thomas e Jan Erik. Quando l’ha salutata e l’aveva esortata a tornare a dormire, ore prima, indossava già il cappotto ed aveva la borsa appesa a tracolla. Sara cammina a piedi nudi fino al bagno, dove la luce al soffitto non è ancora stata montata, ma Sigurd ha messo una lampada da lavoro quando stava mettendo le piastrelle e non l’ha più spostata, tanto da renderla un complemento d’arredo permanente. Anche il box doccia, in plastica, avrebbe dovuto essere una soluzione temporanea; Sigurd, da bravo architetto, ha disegnato una cabina con porte a vetri e piastrelle bianche e blu. Pure in bagno, però, l’avanzamento dei lavori di ristrutturazione è in stallo. Sigurd ha ricevuto quella casa in eredità dal nonno ed ha progettato personalmente ogni modifica da realizzare. I soldi per la ristrutturazione, tuttavia, sono sempre troppo pochi ed i lavori avanzano davvero a rilento. L’unica parte dell’abitazione in cui tutto è stato perfettamente ristrutturato e completato è l’ala sopra al garage, nella quale Sara ha ricavato il suo studio. È una psicologa e lì riceve giovani problematici. Per poter partecipare alle spese di ristrutturazione della casa, aveva calcolato di incontrare in media cinque pazienti al giorno, ma fino ad ora le cose non sono mai andate così. Oggi, per esempio, ha solo tre pazienti: Vera, poi Christoffer ed infine Trygve. In cucina, Sigurd ha lasciato la sua tazza sul bancone, vicino al lavello, anziché metterla in lavastoviglie. Suo marito, come la maggior parte degli uomini, è maniacale e precisissimo per alcuni lavori che pianifica nel dettaglio, ma è carente quando si tratta di piccole cose. A questo sta pensando Sara, mentre lancia un’occhiata al gancio sul muro dove Sigurd in genere appende il portadocumenti in cui tiene i disegni che porta al lavoro e che, di sera, riporta a casa. Strano, la parete è vuota e al gancio non è appeso nulla. Ma non aveva detto che non sarebbe passato dal lavoro quella mattina, ma che sarebbe andato direttamente a prendere Thomas? Mah, forse Sara ha capito male, anche se in genere la sua memoria è estremamente dettagliata…

Non sempre, per rendere una lettura incalzante e adrenalinica, occorre ricorrere a continui colpi di scena. Questo è quanto sembra suggerire Helene Flood che, con una scrittura piuttosto equilibrata e composta, centrata soprattutto sull’analisi dei pensieri più riposti della protagonista, nondimeno cattura il lettore e lo tiene incollato alle pagine della storia. La protagonista, in questo caso, è una giovane psicologa, Sara, cui la vita pare sorridere: esercita la professione che ha sempre desiderato fare, ha sposato l’uomo che ama e, insieme, stanno ristrutturando la casa dei loro desideri. Ma, al di là della facciata immacolata, si nascondono pesanti ombre, che producono crepe irreparabili in un’esistenza apparentemente perfetta. Lo spettro della solitudine, della tristezza, dell’inadeguatezza e della depressione si palesano pian piano mostrando così la vera Sara che, a seguito dell’improvvisa e misteriosa scomparsa del marito, è costretta a fronteggiare i propri demoni, mentre le indagini sulla sparizione dell’uomo procedono a rilento e spesso si arenano. La Flood è abile nel seminare parecchi indizi lungo tutta la narrazione - indizi volti a mettere alla prova i lettori appassionati del genere, che si sentono continuamente sfidati a giungere alla soluzione del rompicapo prima dei protagonisti della storia - e nel suggerire al lettore di focalizzare l’attenzione soprattutto sui dettagli, che sono fondamentali. Anche i numerosi flashback che interrompono, a volte in maniera eccessiva, il ritmo del racconto, paiono non pertinenti ma sono invece, alla fine, decisivi per svelare cosa sia davvero accaduto e perché. Il risultato è un buon thriller psicologico, dal tono pacato ma senza dubbio avvincente, in cui tutti i personaggi - vittime, carnefici, figure fragili, meschine - vengono fotografati senza riserve e analizzati nel profondo; una bella storia che, al di là dell’indagine in sé, offre parecchi spunti di riflessione, primo fra tutti l’invito a non aver paura di guardare in faccia la verità, anche nel caso in cui deluda. Peccato che la Flood abbia relegato il meraviglioso paesaggio norvegese ai margini della storia, in un ruolo secondario del tutto insoddisfacente, rinunciando a rivestirlo di quell’importanza cui la letteratura nordica degli ultimi tempi ha abituato i lettori.

 


 

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