La tortura in Italia

La tortura viola la dignità umana in quanto “degrada l’uomo a cosa, lo riduce a mezzo” per finalità investigative o punitive. Questo perché per molto tempo si è confusa la dignità con il decoro, il quale presuppone “un’idea di divisione aristocratica e meritocratica della società” basata su una classificazione dei cittadini in categorie superiori e inferiori. È Kant a sottolineare invece che l’uomo non è un mezzo ma un fine, riconoscendogli l’umanità di appartenenza. Ogni essere umano, anche il peggior criminale della terra, è dotato di umanità e quindi di diritti inviolabili e inalienabili. Solo dopo l’olocausto degli ebrei si è deciso di bandire la tortura dal diritto internazionale. Nel 1984 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una Convenzione contro di essa, a cui hanno aderito 151 paesi tra i quali l’Italia. Eppure il nostro codice penale non prevede il reato di tortura, consentendo allo Stato e ai suoi organi di polizia di esercitare un potere arbitrario sugli individui. C’è da chiedersi come sia possibile che in una democrazia che si definisca tale come quella italiana possa permanere un così pericoloso vuoto normativo…
Nell’immaginario collettivo la tortura è associata al passato, all’inquisizione, ai regimi dittatoriali, al Terzo Mondo. In realtà essa è viva e vegeta in mezzo a noi, semplicemente è invisibile e impermeabile. Ne La tortura in Italia Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone e collaboratore per Filosofia del Diritto all’università Roma 3, dimostra con lucida concretezza come la tortura sia una pratica utilizzata ovunque, pure nella civiltà occidentale patria del giusnaturalismo. Ci spiega come questa forma di oppressione della persona sia innalzata a sistema silenzioso e autoritario, a rappresentazione simbolica ma fattuale del potere dello Stato nei confronti di un cittadino inerme nelle sue mani. Se è vero che nelle democrazie occidentali non esiste più una tortura appariscente, tattile, dichiarata, ne esiste un’altra strisciante che prolifera nelle stazioni di polizia, nelle caserme e soprattutto nelle carceri. Gonnella ha voluto raccontare l’universo terrificante della tortura attraverso la sua semantica, analizzando le parole che la costituiscono. Non si tratta di un vero e proprio dizionario, piuttosto di una struttura a scatole cinesi dove un vocabolo rimanda ad un altro, legandoli in un procedimento a catena. Partendo dal termine “dignità”, quale definizione dell’essere umano da cui non si può prescindere, si passa ad esaminare gli spazi, i tempi, le situazioni, gli stati d’animo, le illegittimità, gli abusi di potere che perimetrano questa pratica. Emerge una realtà sconcertante, nella quale dominano non la norma ma il sentimento, l’arbitrarietà, l’impunità. Questo vale in modo particolare per l’Italia sulla quale si concentra buona parte del saggio. È uno scandalo – sostiene Gonnella – che nel nostro paese non esista il reato di tortura ed è ancora più scandaloso che la classe politica abbia fatto poco o nulla per introdurlo nel codice penale, contravvenendo alla Convenzione del 1984. Tale mancanza permette che nelle carceri italiane si perpetui quotidianamente la tortura, con gli esecutori ben protetti da uno Stato che si identifica con le sue istituzioni di polizia. I casi Cucchi, Aldrovandi, la scuola Diaz, sono la punta di un iceberg di portata ben più ampia. Secondo Gonnella la strada da intraprendere per entrare finalmente in uno stato di diritto è quella dell’indignazione, dell’immedesimazione con la vittima, di una stampa libera nella sua capacità e volontà di denuncia. Altrimenti si finirà per sconfessare i Kant e i Beccaria, continuando a ridurre l’uomo a oggetto.

 

 

 

 
 
 
 
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