La treccia

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Villaggio di Badlapur, India. Smita è una dalit, un’intoccabile. Da quando aveva sei anni ogni mattina si sveglia, raccoglie la cesta di giunco intrecciato che è stata di sua madre e va nelle case degli abitanti del villaggio per raccogliere a mani nude le loro feci dalle latrine. Latrine è un parolone: in questa regione non esistono fognature e servizi igienici, la gente fa i suoi bisogni all’aperto e le famiglie più “abbienti” fanno i loro bisogni in buche scavate nella terra dei cortili. Sono queste le latrine che Smita e le altre donne della casta degli intoccabili svuotano ogni mattina presto, in cambio di qualche misero avanzo di cibo o vecchi vestiti che la gente le lascia a terra, senza toccarla né guardarla. Gli jat non la considerano nemmeno una persona, potrebbero anche ucciderla: tutti a Badlapur conoscono la storia dell’intoccabile lapidato per il semplice fatto di avere indossato dei sandali. Nel maleodorante inferno dei suoi giorni Smita ha un sogno: sua figlia Lalita andrà a scuola, non a pulire latrine. Ne ha parlato con suo marito Nagarajan, provetto cacciatore dei ratti che costituiscono la principale fonte di sostentamento dei dalit. Lui dapprima non capiva il senso di questa decisione, consegnare al maestro del villaggio tutti i loro risparmi per fargli accettare la bambina in classe, ma poi si è convinto per amore di Smita. È un uomo buono, diverso dalla maggior parte dei suoi concittadini, che picchiano e stuprano le donne, le considerano meno di niente. Quando è nata Lalita, ha accettato volentieri di tenerla. Non era affatto scontato. Non lontano da quel villaggio, le femmine vengono uccise alla nascita. Nei villaggi del Rajasthan le neonate vengono sepolte vive, dentro una scatola, sotto la sabbia. Impiegano a volte una notte intera per morire. Ma non in questa famiglia. Non Lalita dai lunghi capelli, che Smita spazzola e lega in una treccia ogni giorno…

Se si cerca sulla Treccani la parola “treccia”, si trova la seguente definizione: “Gruppo di tre ciocche di capelli lunghi che vengono tessute insieme passando alternatamente l’una sopra le altre così da riunirle in un unico elemento dalla caratteristica forma ondulata”. Tre ciocche, tre donne intrecciate insieme. Una intoccabile che vive in condizioni subumane nell’India rurale, una avvocata canadese “equity partner” del prestigioso studio legale Johnson & Lockwood che vive la sua carriera con volontà di ferro e una dedizione h24 che le è costata due matrimoni e la fa vivere con un perenne senso di colpa perché è perfettamente consapevole di trascurare i suoi figli e infine Giulia, una giovane palermitana che eredita dal padre un laboratorio artigianale di parrucche, uno degli ultimi del suo genere. Smita, Sarah e Giulia: così diverse da sembrare abitanti di pianeti diversi, eppure legate da un destino che le porterà a essere indispensabili l’una per l’altra. Tutto è partito in realtà da Giulia, il 33% “italiano” del romanzo: l’autrice ha sentito parlare da un’amica della tradizione tutta siciliana della “cascatura”, cioè di conservare i capelli tagliati dai parrucchieri per la realizzazione di parrucche e toupet. Da lì è giunta questa storia piena di dolore ma anche di speranza, che si occupa di grandi temi come la povertà, la maternità, la malattia e il lavoro con semplicità, puntando solo a suscitare emozioni e non alla ricercatezza letteraria o alla complessità narrativa, malgrado le sorprese e i colpi di scena non manchino. Regista e sceneggiatrice, la francese Laetitia Colombani ha lavorato con attrici del calibro di Audrey Tautou, Emmanuelle Béart e Catherine Deneuve. La treccia è il suo romanzo d’esordio ed è subito diventato un caso editoriale: venduto in 27 Paesi ancora prima della pubblicazione, è rimasto per mesi ai vertici delle classifiche francesi, conquistando sia il pubblico sia la critica e aggiudicandosi il prestigioso Prix Relay.

LEGGI L’INTERVISTA A LAETITIA COLOMBANI



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