La Triomphante

La Triomphante

Sono gli inizi degli anni Quaranta quando la bambina nasce, ad Alessandria d’Egitto, da madre inglese e padre italiano. L’Egitto, ancora lontano dalla crisi del 1956, appare soprattutto agli stranieri che lo abitano, una terra promessa piena di ogni beatitudine. L’infanzia scorre serena tra l’educazione impartita nel collegio “Notre-Dame de Sion” in Rue d’Aboukir, le vacanze in Costa Azzurra, benessere ed euforia. Ma il tempo passa e l’equilibrio politico ed economico diventa ogni giorno più precario: le vicende legate alla nazionalizzazione del Canale di Suez voluta dal Presidente Nasser nel 1956 sanciscono definitivamente la fine di “una realtà anomala e fragile come la società cosmopolita alessandrina”. Viste le difficoltà dell’azienda del padre e la crescente ostilità nei confronti degli stranieri la famiglia è costretta a trasferirsi in fretta e furia a Milano, lasciando buona parte dei propri averi e salvando il salvabile. Iniziano gli anni difficili dell’adattamento, durissimi per i genitori che faticano ad abituarsi ad una realtà profondamente mutata e senza grandi speranze per il futuro, tutti in salita per la protagonista che, senza documenti scolastici e alle prese con una lingua che non è la sua, cerca di recuperare una dimensione in cui sopravvivere. La forza di volontà che la anima è trascinante, riesce ad iscriversi al prestigioso liceo delle Marcelline, con grande determinazione abbandona l’arabo e il greco, imparando l’italiano e affrontando una piccola rivoluzione interiore. È il periodo delle nuove amicizie, della crescita, del progressivo distacco dai suoi genitori sempre più “alla deriva su una zattera di solitudine”. L’iscrizione a Lingue e Letterature straniere all’università porta con sé ricordi sbiaditi ma un grande amore, quello per Thomas, un giovane professore inglese, lettore e titolare di un seminario. “I mesi trascorsi con Thomas furono mesi felici”, fatti di istinto e passione ma quando l’uomo termina il suo incarico e deve fare ritorno in Inghilterra tutto si rompe. È il 1968, l’Italia e il mondo intero sono in fermento, per la giovane donna arriva anche il primo lavoro come giornalista, a cui segue, nell’arco di pochissimo tempo, quello di direttore per la tipografia dello stesso giornale. Ma l’irrequietezza che governa il suo animo e il suo quotidiano, nonostante l’amore forte e consolidato per Giacomo, pittore famoso e apprezzato, la spingono ad accettare un nuovo, importante incarico a Parigi sempre in ambito editoriale. Seguono anni felici, di ritrovata identità, anni che fuggono via veloci tra responsabilità e cambiamenti. Il nuovo secolo spalanca porte e speranze su un nuovo capitolo a cavallo tra giovinezza e vecchiaia, è il momento di capire dove si vuole andare e soprattutto chi si vuole continuare ad essere…

Una premessa è d’obbligo: qui non ci troviamo di fronte ad un’autrice tout court, e anche se questo è a tutti gli effetti il suo primo romanzo, Teresa Cremisi è una donna che non ha proprio nulla da imparare in ambito editoriale. Nata nel 1947 ad Alessandria d’Egitto da padre italiano e madre inglese, approda in Italia, dopo l’esilio, all’età di dieci anni. È in Italia che compie tutti gli studi ed è qui che comincia a lavorare per le edizioni Garzanti. Una storia che ha i contorni della leggenda la sua, perseguita e scalata con la determinazione e la competenza di chi nel proprio lavoro mette testa e cuore senza esclusione di colpi. Nel 1989 viene chiamata da Antoine Gallimard come suo braccio destro, dando inizio ad un sodalizio professionale destinato a protrarsi per molti anni, fino a quando Teresa viene messa a capo delle edizioni Flammarion e finisce per essere confermata nel suo ruolo di Presidente e Direttore Generale dopo l’acquisizione di Flammarion da parte della holding Madrigall, di proprietà dello stesso Gallimard. Parliamo quindi del terzo gruppo editoriale francese, nonché del trentacinquesimo nel mondo con un patrimonio finanziario di circa 438 milioni di euro. Ormai naturalizzata francese, Teresa Cremisi è soprattutto questo oltre che Ufficiale della Legion d’onore e Ufficiale per le arti e per le lettere, una carriera folgorante per una vita in cui l’amore per la letteratura ha sempre giocato un ruolo fondamentale. Non si può prescindere da questa meravigliosa esperienza umana leggendo La Triomphante ‒ scritto in francese e tradotto in italiano per Adelphi ‒ perché se è vero che il libro non è un’autobiografia, resta evidente che in molti passaggi vi sia una fortissima matrice personale che ne fa, come ha affermato la stessa Cremisi, “un autoritratto spirituale”. Alla stregua di tutti gli esuli, costretti a lasciare la propria terra di origine, anche per la protagonista e per la stessa autrice, l’esilio rimane una ferita aperta e una memoria che non si placa. L’Egitto dell’infanzia e della prima giovinezza viene ritratto con una delicatezza e un amore commoventi. Ci sono i profumi, i colori, l'armonia di una terra benedetta dal mare ma anche le profonde contraddizioni sociali e “lo spettacolo offerto da una civiltà moribonda”, destinata ad essere risucchiata dai segni precursori della modernità. Ma per una bambina innamorata di quei luoghi, delle distese di sabbia della baia di Abukir, delle battaglie navali e delle corvette del mare, tutto reca in sé le sembianze di un paradiso in cui ogni equilibrio sembra destinato a durare per sempre. Sono lontani i tempi dello smarrimento e della mancanza di appartenenza, sono lontani i giorni in cui uniformarsi resta l’unico modo per entrare a far parte di una società ancora apparentemente ostile. Fa mille passi indietro la protagonista (chissà quanti ne avrà fatti Teresa una volta arrivata a Milano, con un francese enciclopedico e un italiano stentato), sa che “per sopravvivere conveniva non esprimere il proprio punto di vista. Uniformarsi. Dissimulare” come il caro Conte Mosca della Certosa di Parma insegna. La letteratura come maestra, come guida e ispirazione, da Stendhal, a Conrad, da Kavafis a Proust, il giornalismo, l’affermazione di sé come l’unica strada per un processo di riconoscimento che l’idioma non è stato in grado di garantire ma che la personalità, il carattere, la perseveranza riescono a far trionfare. In quella battaglia inconsapevole tra l’Oriente della giovinezza e l’ingombrante Occidente dell’età matura non c'è però un vincitore, all’apparenza non sembra esserci nemmeno l’ombra di nostalgia o rimpianto. Esiste un momento preciso nella vita in cui il tempo procede “finché si scorge davanti a sé una linea d’ombra che ci avverte che bisogna lasciare alle spalle anche la regione della prima gioventù” per dirlo con le parole di Conrad. Si lascia ma non si dimentica e sebbene il processo di cicatrizzazione sia a prima vista perfetto rimane sempre una parte che sopravvive amputata. Sono sentimenti, fratture, strappi a cui assistiamo quasi quotidianamente in ogni paese, su ogni latitudine, uomini e donne sottratti alle loro terre, privati di una identità, spesso eredi di un idioma imbastardito dalle contaminazioni culturali altrui, naufraghi alla ricerca di un approdo che quasi mai corrisponde a quello dell’origine. La protagonista è nata in una città portuale, ama le navi, le grandi battaglie della storia e vive con un perenne senso di inappartenenza. Non è una vera Triomphante, sul mondo non lascerà forse tracce indelebili e sarà presto dimenticata ma quel mondo, lei, lo ha guardato molto, come ama ricordare, ed è questa l’unica cosa che conta. Per quanto ci riguarda, siamo convinti che Teresa Cremisi e il suo alter ego su carta di cose da dire e da lasciare ne abbiano ancora molte, a testimonianza del fatto che dietro ad una grande donna si nasconde quasi sempre un passato difficile, strade in salita e nessuna scorciatoia. Chapeau, Madame Cremisi, il peso portato in questa guerra è la storia più bella che ci potesse raccontare.



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