La vacca è morta

La vacca è morta
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1979. Simona è contenta, le sembra di poter finalmente tirare l’agognato sospiro di sollievo: sono finiti i tempi dei sacrifici, che per lei sono iniziati quando da giovanissima ha perso i genitori e ha dovuto occuparsi dei fratellini; si è forse lasciata alle spalle i grattacapi, le angosce che le mattane di suo marito Paolo le hanno procurato. Da quando si sono trasferiti nella casa che hanno fatto costruire a Monteforte, il veterinario sembra aver accantonato la passione per le carte che ha funestato i loro primi anni insieme, si sta gradualmente facendo un nome tra gli allevatori e nella nutrita comunità di pastori sardi che popola il comune del grossetano. Le è costato trasferirsi in una piccola comunità, lasciare la sua Roma, ma è felice di vedere le sue tre bambine fiorire e scorrazzare libere come in città non avrebbero potuto essere, durante quegli anni violenti e cupi. Simona è serena e completamente fiduciosa nel futuro, dunque, quando Paolo durante una vacanza d’agosto la lascia all’Elba con le bimbe per sbrigare una faccenda di lavoro, è ignara e distratta quando alla radio danno la notizia del rapimento di Fabrizio De André e di sua moglie Dori Ghezzi dalla loro villa in Barbagia, è serena tutte le sere che lui trascorre al Bar dei Sardi giù in Paese e serena rimane anche quando, una notte di dicembre, al telefono di casa arriva la telefonata di un uomo che con pesante accento sardo annuncia “la vacca è morta”. Il mondo di Simona e delle sue figlie andrà in pezzi di lì a poco e sarà Lucia, la più piccola delle tre, che ha solo cinque anni, a conservare il ricordo più traumatico della rovina…

La vacca è morta di Alessandro Bosi è un piccolo libro molto importante per una serie di ragioni, nessuna delle quali ha a che fare con il fatto di cronaca da cui trae spunto. Come dice Pino Cacucci nella prefazione, è un testo nel quale “c’è carne viva” ed è la carne di una famiglia lacerata dalle conseguenze di una scelta che ne intaccherà per sempre il tessuto, privandolo dell’integrità che i suoi componenti si erano illusoriamente attribuiti. L’indagine non è tanto e non solo sulle motivazioni che hanno spinto un veterinario soffocato dai debiti di gioco a prendere parte ad un crimine, ma sulla banalità del male, sulla brutale e improvvisa perdita dell’innocenza e sullo sdrucciolevole quanto breve percorso che trascina Simona e le sue figlie fuori da un mondo ovattato nel quale il problema era la messa a punto delle auto sportive ad uno nel quale la piccola Lucia non avrà un padre senza conoscerne la vera ragione fino al giorno emblematico del suo esame di maturità, Simona dovrà imparare a pulire case altrui e nessuna di loro vedrà un parrucchiere per vent’anni. Il libro, che era in origine destinato a diventare una graphic novel, contiene le poche, preziose tavole disegnate dal grande Stefano Delli Veneri prima della sua morte prematura, avvenuta a giugno 2018 e le testimonianze delle protagoniste indirette. Ci sono tutti i protagonisti della vera vicenda, dalla famiglia De André-Ghezzi alla governante, dal veterinario Marco Cesari di Radicofani che l’autore sposta in un paese immaginario del grossetano cambiandogli il nome al pastore sardo Giulio, suo complice. Ma Bosi li riduce al ruolo di comparse, non fa loro dono della parola se non de relato, preferendo accendere le luci sui protagonisti inconsapevoli e involontari che per tutta la vita hanno portato con sé le conseguenze delle loro gesta. A chiudere il libro la testimonianza di Alessio, marito di Lucia, la piccola di casa, la cui voce è la più diffusa, quella che, insieme a Simona, racconta ed espone i fatti incastonandoli nelle loro vite che scorrevano senza increspature apparenti.



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