La velocità di lotta

La velocità di lotta
Diego ora ha paura che la decisione di dare confidenza alla sua ospite sia stata una mossa avventata. Fatale l’incontro con questa ragazzina sperduta di nome Lotta, che ha la metà dei suoi anni, solo quindici, ed una vita scorbutica e nervosa alle spalle. Ed allora al diavolo tutto, compreso il suo alienante lavoro in una apatica agenzia pubblicitaria, lavoro in cui rende il massimo con il minimo sforzo, ma con una grande perdita di tempo, senza passione e con tanta indolenza. E al diavolo le sue paure ataviche di farsi vedere in giro con una bimba scappata di casa, figlia dei tempi di crisi che tutti stanno vivendo. E - pur essendo consapevole di scivolare verso un baratro con folle leggerezza - Diego dà in pasto ai mass media la bomba rappresentata dalle confessioni della sua nuova poco innocente coinquilina, meno che minorenne ma con un passato quantomeno movimentato. E non si ferma. Fa in modo che Lotta si metta in comunicazione con la sua compianta ex ragazza Marianna, giornalista rampante e rapace. Per farsi scoprire, per cadere nel vuoto. Sono dunque entrambi in fuga. Perché Lotta è stata travolta assieme ai genitori dalla crisi mondiale che ha spezzato le certezze economiche ed i vincoli di sentimento e rispetto fino a incancrenire e distruggere i rapporti. Dal dissidio fra madre e padre la ragazza è uscita ribelle ed anticonvenzionale. Tutto lo dimostra, dalle trovate con la sua amica Francesca volte a reclamare attenzione sino all'amore per Ivan, classico frutto marcio della periferia suburbana che da sempre regala solo casi marginali, emarginati e disperati. Intanto ora lui è in carcere per spaccio e lei ha solo deciso di mollare una casa che di casalingo e familiare non ha nulla. Sullo sfondo una Milano più asfittica e algida che mai, con rapporti vacui, cinismo diffuso, cyborg dall'aspetto umano divorati dalla fretta comune che non permette soste, profondità, spessore ma solo una rincorsa tanto vana quanto letale verso dove, verso quando non si sa. Ma Diego sa che prima o poi la sua scelta, la sua caduta troverà il fondo. I motivi, i perché non ci sono. O forse sono talmente tanti ed evidenti che pare inutile dirseli…
Amaro, suburbano, cinico e corrosivo, con uno stile livido, fatto di cortocircuiti emotivi-razionali, questo romanzo di Andrea Scarabelli, milanese del 1983, non al suo esordio e comunque attivo in campo editoriale e letterario, si cala perfettamente nella attuale realtà contemporanea. E la varietà dei temi trattati, compresa la invereconda e famelica voracità dei mass media, capaci di braccare un caso, divorarlo e passarlo già digerito a un’audience sempre più passiva. Una struttura che non risulta vischiosa ed ammorbante ma coinvolgente. La storia di un perdente che non vuole assolutamente vincere o cercare riscatto, ma definire la sconfitta, farne una bandiera perché è la sconfitta di tutti e poi quindi perdersi e disperdere, con folle e lucida consapevolezza. Tramite un espediente: l'energia scottante e scattante di una quindicenne che vuole tutto perché finora davvero ha avuto poco più di niente, ha solo perso quello che si era trovata, senza cercarlo o volerlo, né perdere né averlo. Forse qualche passaggio a vuoto e qualche inutile ridondanza, ma nel complesso un’opera che convince davvero.

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