La vera essenza della vita (Sādhanā)

La vera essenza della vita (Sādhanā)

“Il suo lavoro per procacciarsi le cose non è vano, il successo gli arride continuamente. Il che vuol dire che tra l’uomo e la natura esiste un rapporto razionale, perché noi non potremmo mai far nostro se non ciò che è in connessione con noi stessi”. L’India e il pensiero indiano esprimono tutta la loro inconciliabilità con l’Europa e la sua dottrina e sicuramente non serve a migliorare le cose argomentare di filosofia, o trattare tematiche complesse e articolate, che non hanno alcun legame con la realtà o che sfuggono alla concretezza. Diventa invece utile disquisire in maniera semplice e spontanea e soprattutto ascoltare, affinché le parole espresse possano rendere quasi tangibile il contatto con lo spirito dell’India, che si rivela, forse inconsapevolmente ma continuamente, sia nei testi sacri che nella quotidianità umana. Uno spirito indiano che narra dell’armonia della vita e della necessaria compatibilità tra uomo e natura. Una coesistenza che non viene presa in considerazione dal mondo occidentale, che indica come appartenenti al creato solo gli animali e gli esseri inanimati. Ha un’importanza decisamente rilevante per l’umanità sentirsi in connessione e in relazione con l’Universo, per poter essere sulla stessa lunghezza d’onda del mondo che la circonda e creare così una buona armonia tra corpo e spirito. Cosa vuol dire esattamente entrare in relazione con quanto è intorno a noi? Significa migliorarsi, evolversi e riscoprire la vera essenza della vita e il reale significato dell’esistenza. Essere in stretta relazione con l’Universo è l’emblema della pace con noi stessi e permette al proprio corpo, al cuore e alla mente di ritrovare quell’equilibrio necessario e quella stabilità utile affinché si possa raggiungere la quiete dell’io interiore, quella stessa quiete a cui sono approdati i santi saggi indiani, che per questo hanno ottenuto il dono della comprensione. La vita è splendida nella sua magnificenza e soprattutto quando accoglie tutto come natura e come naturale, morte compresa…

La vera essenza della vita è il “titolo occidentale” che Rabindranath Tagore, Premio Nobel per la letteratura 1913, ha voluto dare al suo Sādhanā, il cui significato letterale (mezzo per individuare, determinare e raggiungere un particolare scopo) racchiude la sostanza e il senso dell’opera stessa, pregna di passione e della pura intimità dei sentimenti. Un saggio, quello dello scrittore e poeta indiano, che custodisce l’essenza delle otto conferenze tenute da Tagore tra il 1912 e il 1913 alla Harvard University e pubblicate nello stesso anno a Londra, quando ormai le opere precedenti dell’autore, tutte edite nell’arco di dodici mesi, hanno raggiunto il meritato successo. In/Con La vera essenza della vita Tagore vuole consegnare al lettore un messaggio forte e diretto, ma colmo di amore, gioia e pace. Un libro dedicato a Ernest Rhys, il poeta gallese che collaborò alla revisione dell’edizione inglese, opera in cui credette in primis il suo amico britannico James H. Woods, tanto da invitare Tagore presso l’Università di Harvard, dove, appunto, tenne le conferenze. Gli studenti, però, non apprezzarono la positività del suo messaggio; una mancata stima che creò sofferenza nello scrittore, soprattutto perché si rese conto che il senso delle sue parole non era stato compreso. Contrariamente a questa esperienza il suo libro conobbe, invece, un grande successo. Sono otto i saggi contenuti nell’opera, che affrontano tematiche differenti, ma tutte profondamente basilari per la vita dell’uomo. Si parte dal rapporto tra essere umano e Universo, per toccare poi argomenti come i tormenti e i mali che affliggono l’anima, sino ad arrivare al lavoro che l’uomo può e in qualche modo ha l’obbligo di fare su stesso, per poter rendere il più veritiera possibile la propria realizzazione nella vita amorosa e lavorativa. L’uomo, secondo il pensiero di Tagore, può arrivare ad apprezzare e a fare proprie tutte le manifestazioni naturali, può fare propria la verità e la tolleranza razziale e religiosa, può l’Occidente fare proprie quelle teorie e quella guida spirituale che è dell’Oriente. Può qualsiasi uomo, proprio come i Mahātmās (Grandi Anime), vivere senza paure, affrontare le vessazioni e la morte stessa senza timore alcuno se la vita è improntata sul bene e sull’amore. Stupisce lo stile poetico quanto semplice di Tagore, di una semplicità che non offusca la profondità dei suoi pensieri. Monoteista, intimamente legato alla sua religione e seguace del Brahmā-Samāj (Società dei fedeli del Brahman, Dio unico), il poeta indiano è sempre stato un fautore dell’ecumenismo, esattamente come lo era suo padre e la sua teoria della serenità, dell’amore e della pace donata dall’unione di tutte le religioni, emerge prepotentemente in questa sua opera. Amore, bellezza, lavoro, il bene e il male, le inquietudini dell’uomo, sono solo alcuni dei temi di cui Tagore narra, con una scrittura pulita e senza fronzoli, affidando così al lettore un libro da leggere e da assimilare, uno scritto capace di entrare nell’anima e di offrire validi spunti di riflessione su una visione della vita e della religione totalmente differenti.



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