La vera storia della città del fiore

Solo se ne va – con una bombetta che gli copre le corna e vestito con una redingote a quadrettoni come neanche la prima palandrana di Paperone, quando era ancora Scrooge nella versione di Carl Barks del canto di Natale dickensiano – per la città, la sua. Firenze, unica ma al tempo stesso universale e niente affatto speciale, alla fin fine, anche se si sente il centro dell’universo, dati i mali che connotano lei ma non solo. Passa tra la folla (non mancano nemmeno i turisti che gozzovigliano impunemente laddove tutto è arte) che non sa, e che soprattutto non si rende conto, non tanto del suo dolore come dice la celebre canzone quanto del fatto che sono proprio loro, gli individui che compongono l’informe e indistinta massa adagiata sulle sue rassicuranti e meschine abitudini, a generare in lui sconforto, delusione, disillusione, rabbia. E quindi lui, dispettoso e giocoso, ebbro come Dioniso, si vendica. Li irride, come meritano. Combina guai, uno di seguito all’altro, senza soluzione di continuità, perché lui è così, è Farfarello, è un demone, è un burlone. È colto, è raffinato, è smaliziato, è temperamentoso e malmostoso, detesta la banalità, è insofferente, non tollera che si usi l’inglese quando si può adoperare la lingua di padre Dante, odia la vanità, aborre l’ipocrisia, la falsità, gli infingardi, i superbi, quelli che millantano credito, rovescia ogni cosa come fa col tavolo il giocatore che ha scoperto che l’altro bara con le carte. E…

Alberto Nocentini è uno dei maggiori esperti a livello italiano e internazionale di glottologia e linguistica generale, discipline che ha insegnato per quasi mezzo secolo all’Università di Firenze, sedendo alla cattedra che fu del suo maestro, Giacomo Devoto (sì, quello del vocabolario). È un saggista di chiara fama, ha all’attivo un numero impressionante di pubblicazioni, è esperto di dialetti oltre che in linguistica storica e comparativa, comparazione tipologica, geografia linguistica, origini del linguaggio, dialettologia, etimologia, toponomastica, ha scritto manuali, è accademico della Crusca, membro di moltissimi comitati scientifici assai prestigiosi e quant’altro: è evidente dunque che conosca alla perfezione le numerosissime potenzialità delle parole. Con cui decide di giocare, abbandonando per un attimo la veste accademica e indossando i panni comunque efficaci, se non in qualche caso finanche di più, del demone irriverente, del Boccaccio dei tempi moderni, che scrive novelle in cui l’intelligenza è assoluta protagonista, arguzie legate da un filo rosso come il vino, che è uno dei protagonisti e dei riferimenti. Questo infatti è un ritratto in forma di sardonica invettiva della nostra società, di cui il microcosmo fiorentino è sintesi e quintessenza, e soprattutto delle sue storture grottesche, che si dipana come una pinacoteca attraverso quindici quadretti gustosissimi, ricchi di livelli di lettura e di chiavi d’interpretazione, autoconclusivi come episodi di una riuscita serie tv antologica.

 


 

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