La vergine delle ossa

La vergine delle ossa
Una mattina di primavera del 1890 i contadini di Scarmagno, in provincia di Ivrea, sono svegliati da urla agghiaccianti che provengono da una stalla isolata. Quando arrivano sul posto e riescono a entrare vedono la vacca Rosina, che ha appena partorito un vitellino, completamente scarnificata e colui che l’ha uccisa coperto dal sangue e dalle feci dell’animale. Solo una donna lo riconosce quale figlio di una compaesana, un carabiniere, e così l’uomo evita il linciaggio ed è rinchiuso nel manicomio di Collegno. Qui il dottor Giovanni Marro e l’antropologo Cesare Lombroso si convincono subito che U.G., questo il nome dell’uomo che ha asportato un osso dallo scheletro della vacca, sia un maniaco pluriomicida che terrorizza la povera gente quanto gli effetti della diffusissima pellagra: un vero e proprio mostro che estrae il fegato dai corpi di giovani prostitute ancora in vita, un pazzo di cui vogliono studiare il cervello prima che sia giustiziato. Intanto il carabiniere U.G. cerca di ricordare lo strano sogno fatto prima che lo rinchiudessero: la Vergine Maria, circondata da un alone di vapore bianco e sospesa a mezz’aria, aveva la bocca sigillata da una museruola di ferro proprio come lui, e gli staccava una costola dal petto. U.G. racconta la visione al suo compagno di stanza, lo scrittore Emilio Salgari, ricoverato perché depresso suicidale, ma nemmeno la straordinaria fantasia dell’inventore di Sandokan riesce a stare dietro ai deliri di U.G…
Emilio Salgari, Giovanni Marro, Cesare Lombroso, Eusapia Paladino e anche Il sentiero della Vergine di U.G., ispirato alla scultura Il nuovo mondo del paziente del manicomio di Collegno Francesco Toris chiamato T. F., sono personaggi storici realmente esistiti che Luca Masali, scrittore torinese alla quinta prova narrativa, fa rivivere in una storia molto densa che tiene con il fiato sospeso dall’inizio alla fine, “interludio inutile” compreso. L’intreccio misterioso si sviluppa nel Piemonte di fine Ottocento in cui convivevano miseria e nobiltà, che Masali rende con grazia nelle descrizioni di palazzi e di fogne, oltre che di cimiteri e laboratori tanto per aggiungere un pizzico di horror alla storia. Proprio l’insistere sui dettagli di operazioni chirurgiche o sulla violenza delle percosse inflitte da infermieri negli ospedali psichiatrici, se si sono superati i morsi dei topi e l’ingestione di scarafaggi, potrebbe disturbare la lettura dei più tremebondi, ma la scrittura di Masali trascina dentro l’avventura attraverso un linguaggio attuale soprattutto nei dialoghi e l’originalità dei personaggi. Anche qui, come ne L’inglesina in soffitta e ne I biplani di D’Annunzio, lo scrittore inventa personaggi solidi, curiosi e sfaccettati. Come a volte succede anche nel cinema, quando la cronaca attuale emerge meglio in plot di genere che non nei film di denuncia, colpisce la profondità di immersione in quegli anni lontani, registrati in dettagli da scrittore raffinato come la descrizione di un lenzuolo “grigio da tanto era lercio. Talmente lurido che era difficile persino leggere la scritta «Proprietà del Regio Manicomio» ricamata sugli angoli”. Una lettura spassosa e avvincente, da non perdere.

Leggi l'intervista a Luca Masali

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