La vergine nel giardino

La vergine nel giardino

Frederica invita Alexander Wedderburn – che alla morte del re, nel 1952, vede la storia con l’iniziale maiuscola sovrapporsi alla sua vicenda personale – alla National Portrait Gallery per vedere Flora Robson nei panni della neo-regina Elisabetta. Per impulso? Per premeditazione? Per malizia? Ah, saperlo… Alexander inizialmente vuole rifiutare, ma poi invece accetta e quasi suo malgrado alla fine si ritrova davanti all’edificio impalato a contemplare le lettere fuligginose che ne compongono sulla facciata il nome. Oltretutto lui non è il solo che sia stato invitato da Frederica: lei ha sbandierato la notizia ai quattro venti nel corso di una cena più che sconclusionata, e l’unico ad aver accettato assieme ad Alexander è stato Daniel. C’è stato chi invece ha detto perfino che bastavano da sole le parole national e portrait a scoraggiarlo. Nazionale e ritratto: sono le stesse parole su cui riflette Alexander mentre è in strada in attesa, due termini potenti e che hanno entrambi a che fare con l’identità. Alla fine si decide a entrare: Frederica, ovviamente, non c’è ancora. Il museo è cambiato rispetto alla sua ultima visita, del resto niente affatto recente…

Dedicato dall’autrice al figlio morto undicenne nel 1972, edito per la prima volta nel 1978, La vergine nel giardino è un riuscito, potente, chiaro, intenso e raffinato romanzo, il primo di una tetralogia che ha per protagonista Frederica Potter, adolescente troppo intraprendente per l’algida, ipocrita e bacchettona Albione degli anni Cinquanta e bramosa di crescere e sperimentare dal punto di vista sentimentale, intellettuale, sessuale. La firma che lo contrassegna è quella di Dame Antonia Susan Duffy, nata Antonia Susan Drabble, conosciuta come Antonia Susan o più di frequente e più semplicemente A. S. Byatt, classe 1936, venuta al mondo a Sheffield e universalmente nota per essere non solo una famosa critica letteraria, ma anche e soprattutto una scrittrice, celebre in particolare per Possessione (sottotitolo: Una storia romantica). Ovvero il romanzo, poi portato – male – sullo schermo con protagonisti Gwyneth Paltrow e Aaron Eckhart da Neil LaBute nel 2002, con cui ha vinto il Booker Prize (scritto in risposta a La donna del tenente francese di John Fowles, che, adattato per il cinema nel 1981, con sceneggiatura addirittura di Harold Pinter, dette l’anno dopo a Meryl Streep la terza nomination all’Oscar, la prima da miglior attrice e la seconda infruttuosa, perché aveva già vinto come miglior non protagonista per Kramer contro Kramer) e che proprio quest’anno compie trent’anni: la vicenda, metaletteraria, narra le vicissitudini di due accademici moderni mentre ripercorrono le tracce lasciate dalla storia d’amore, in precedenza sconosciuta, tra due famosi poeti immaginari d’epoca vittoriana. Anche nel caso de La vergine nel giardino, la Byatt conferma di saper ricostruire alla perfezione epoche, ambienti e personaggi: su tutti quello della protagonista e di Alexander, vittima delle sue irrequietezze, connotandoli con grande ricchezza di particolari e sfumature.



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