La vergogna

La vergogna
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Annie a dodici anni vede il padre minacciare la madre con una roncola. L’arnese poi ritorna al suo posto sul ceppo senza aver compiuto nulla, avendo in realtà segnato la vita di Annie per sempre. Nel microcosmo quale è il suo piccolo paese in Normandia, tutto è conforme alle regole, alle consuetudini (“A dodici anni vivevo immersa nei codici e nelle regole di quel mondo, senza poter sospettare ne esistessero altri”). Il tentato omicidio della madre è un fulmine che le squarcia e da quel momento inizia il percorso della vergogna: non esiste nessuna regola che permetta ad un marito di attentare alla vita della moglie. Ci sono regole che riguardano la vita quotidiana: “essere puliti senza consumare troppa acqua”, “indossare vestiti poco sporchevoli”, “dimostrare il proprio disprezzo senza far ricorso alle parole: alzare le spalle, voltarsi e darsi una vigorosa pacca sul culo”. Anche le tappe della vita soggiacciono a regole. Certe cose si possono fare solo ad una certa età (quando le ragazze possono farsi la permanente, quando possono indossare calze da donna, quando i ragazzi possono mettersi un completo, fumare la prima sigaretta). Annie frequenta una scuola privata gestita da suore dove tutto viene scandito dalle pratiche religiose e da formalissime norme comportamentali tanto che “il rispetto per le pratiche religiose, confessione, comunione, sembra avere la precedenza sul sapere” e ”La religione era la forma della mia esistenza. Tra credere e l’obbligo di credere non c’era alcuna distinzione”. Tutto questo costituiva il mondo delle persone perbene, al quale Annie, dopo quel giorno di giugno in cui suo padre per poco non divenne un assassino, non apparteneva più. Come poter affrontare il mondo, adesso? Come riuscire a vivere col peso enorme della vergogna?

La Annie di questo romanzo/memoir è Annie Ernaux. È lei che, dodicenne nel 1952, assiste a quello che oggi si può definire un tentato femminicidio. Ernaux ci ha abituato alle sue esternazioni autobiografiche ma ciò che descrive qui è qualcosa che per anni, come lei stessa afferma, ha resistito alle parole. Nel suo solito stile distaccato rispetto alla sua esperienza personale descrive in maniera quasi ossessiva ogni particolare, dalla topografia del suo paese (che qui indica con “Y”) allo stile di vita dei suoi abitanti, dai comportamenti quotidiani alle regole marziali/religiose dell’istituto privato che frequenta. Con mente lucidamente oggettiva racconta le diverse fisionomie caratteriali dei genitori. Una madre religiosa per apparenza più che per fede, che va a messa costantemente ma quasi esclusivamente per mostrare gli abiti della festa, ma proprio per questa sua fede zoppa ma esteriormente efficace si è potuta attribuire l’educazione di Annie, mentre il padre che resiste solo a metà della messa domenicale poi se ne va, che a casa non partecipa mai alle preghiere della sera imposte dalla moglie, fingendosi addormentato, è quindi “sprovvisto dei segni esteriori di un’autentica religione, e dunque del desiderio di elevarsi, mio padre non detta legge”. Il tempo è passato da quella domenica di giugno del 1952 (l’autrice scrive il libro nel 1996, pubblicato da Gallimard l’anno successivo), Annie è cresciuta, niente la collega al suo aspetto esteriore della bambina nelle foto ma resta, come cordone ombelicale mai scisso, il senso di vergogna che il tempo ha mantenuto. Non sappiamo se l’endoscopia che Ernaux ha fatto dentro sé stessa sia servita a lenire il disagio. Ce lo auguriamo. Per ultimo, voglio sottolineare l’esemplare traduzione di Lorenzo Flabbi (nel 2017 ha vinto il premio Stendhal per la traduzione di Memoria di Ragazza, edito sempre da L’orma). Non ci si dimentichi che i traduttori ci garantiscono la possibilità di leggere libri di autori stranieri che, diversamente, potrebbero essere letti solo da chi conosce bene la lingua.



 

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