La virtù breve

La virtù breve

L’avvocato Venezuela, un quarantenne nato a Stresa, dialoga, in un ristorante di Madrid, con Katia: la donna che, finalmente, sembra avere il volto della vita vera, del cambiamento, inteso sia come “nuova genesi professionale”, sia come allontanamento da quella “secchezza emotiva” – nonché da quell’assenza totale d’empatia, da quell’incapacità a riconoscere l’amore – che sembra caratterizzare, spesso, la vita e, dunque, i ricordi dell’avvocato Venezuela (tranne che con D., forse la sola donna, tra tante, che aveva amato sul serio). Eppure, lo sguardo gli si svincola dall’arida volontà e cade sulle altre labbra – oltre a quelle di Katia – presenti in sala: perché Venezuela è, in primis – stando a quello che dicono i suoi amici –, un provocatore di sé stesso e, dunque, un corruttore non solo del buon costume e di tutte le norme e i limiti del buon vivere, ma anche e soprattutto delle regole che lui stesso, all’improvviso, ha deciso d’imporsi. Perché, fino ad allora, in fondo, “ha barattato la propria identità per un piatto di ipocrisia”, e nulla è mai davvero accaduto nella sua esistenza, almeno fino a quel momento, fino al ritorno d’un passato aperto…

Il romanzo di Stefano Savastano si snoda, si sbroglia, come una sorta di racconto in terza persona d’una confessione sforzata – o d’una lunga seduta di psicoanalisi, in cui il semplice narrare si fonde e si confonde col referto dell’analista, un po’ come accadeva a Zeno Cosini, personaggio controverso almeno quanto il nostro avvocato – che assume anche i tratti di una s-confessione della vita borghese; ad ascoltare e accogliere i drammi del “traviatore di donne” è proprio la donna nella quale cerca “redenzione”, nel faticoso tentativo d’una palingenesi del personaggio che appare a tratti immediata e a tratti del tutto remota. L’avvocato Venezuela, infatti, proprio nel momento in cui sembra compiere un passo decisivo, retrocede nell’apparente brutalità della propria sicumera, lasciando in sospeso, rimandando ancora il ritorno all’ora della virtù. La prosa, seppur articolata, scorre con la secchezza e la rapidità del dialogato cinematografico (e anche nella trama, il cinema fa, a un certo punto, la sua comparsa) di cui, non dimentichiamolo, Savastano è esperto (e l’elemento cinematografico ritornerà anche nella scelta del finale sorprendentemente a effetto). Intorno all’avvocato Venezuela ruota un valzer vorticoso di comparse in toga e non, di vacui simboli cui l’uomo cerca d’aggrapparsi per sgomitare con la propria solitudine. Emergono in lui, come in ogni personaggio moderno difficile da definire, da incorniciare nei parametri del buono o del cattivo, barlumi di profondità, riflessioni consumate dal pensiero, in cui ben s’evince la sotterranea ricerca d’un verità intima, d’una giovane felicità perduta, perché: “quello che hai dentro ti rispetta sempre e se tu lo segui non rimarrai mai deluso.”



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