La vita è brutale e poi muori

La vita è brutale e poi muori

Nonostante l’aria condizionata, il sudore gli inzuppava la camicia e permeava il tessuto della giacca doppiopetto. Sever Rodrigues doveva solo pazientare un po’, poi si sarebbe fatto fotografare davanti alla scaletta dell’aereo cargo e sarebbe partito con quattro giornalisti per raccontare come il Brasile – e lui in particolare, in quanto viceministro dello Sviluppo sociale – s’interessasse alla sorte dei poveri bambini della Guinea Bissau, vittima del colera. Aspirò dalla Marlboro spenta, chiamò l’hostess e chiese un cognac. La giovane annuì, girò su se stessa, si allontanò. Sever tenne lo sguardo fisso sulle natiche sode che la gonna aderente faticava a contenere. S’immaginò di sodomizzarla in piedi, proprio lì, contro il bancone del bar. Doveva avere poco più di vent’anni, l’età della sua ultima figlia. Ma il pensiero fu cancellato dall’esplosività dei suoi seni…

Pur iniziando con una rigorosa premessa (“Quello che state per leggere è un romanzo. Fatti e personaggi narrati sono frutto della mia immaginazione”), è subito evidente come la storia narrata in La vita è brutale e poi muori non può non essere molto vicina a una realtà fatta di eventi vissuti in prima persona e memorie ancora impresse nella carne oltre che nello spirito. L’autore, il giornalista e ricercatore Emilio Ernesto Manfredi, vive da oltre dieci anni in Africa, ormai il Continente Nero è la sua casa, e con un approccio da reporter più che da romanziere disegna un ritratto senza filtri di un continente sterminato, problematico e centrale nelle dinamiche del mondo contemporaneo, ma di cui i mezzi di informazione sembrano essere sempre poco interessati. Da questa urgenza di raccontare nasce un romanzo appassionante e crudo, che mette a nudo le drammaticità di un luogo stravolto dalla corruzione, dalla droga e dalla delinquenza, sempre più spesso legate a realtà estranee all’Africa stessa, ma portate dall’esterno, da quell’Occidente che sotto la maschera della compassione e degli aiuti umanitari nasconde ancora mire colonialistiche e un innato cinismo.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER