La vita e le avventure di Robinson Crusoe

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Nato nel 1632 a York, in Inghilterra, Robinson Kreutznaer deve il suo cognome alle origini svizzere del padre commerciante. Ma sin da piccolo tutti a York storpiano quell’insolito cognome in Crusoe, tanto che alla fine persino il padre inizia ad usare quello, al posto dell’originale. L’uomo ha altri due figli, oltre a Robinson che è il più piccolo: il maggiore, che si è voluto per forza arruolare nell’esercito, è caduto nella battaglia contro gli spagnoli presso Dunkerque, nelle Fiandre francesi. Profondamente addolorato per questa perdita, l’anziano Kreutznaer – “uomo saggio e grave” – non accetta l’idea che Robinson, ormai diciottenne, vada in giro a dire che non avrà pace “se non andando per mare” nonostante il padre abbia programmato per lui una carriera da avvocato. Così lo convoca e cerca di convincere l’irruento ragazzo, con parole appassionate e lacrime sincere, che “andare in giro in cerca di avventure e tentare di elevarsi con le proprie imprese e di divenire famosi per iniziative di un genere fuori dal comune, si addice o ad uomini in condizioni economiche disastrose, o a persone di grandi mezzi e grandi aspirazioni”. La condizione di vita dei Crusoe a York è invece secondo lui “il grado più elevato della vita modesta”, cioè quella via di mezzo che è più adatta alla felicità umana: una piccola borghesia senza grosse privazioni, sofferenze e povertà ma nemmeno l’ambizione, l’invidia e le tensioni tipiche delle classi elevate. Il padre raccomanda a Robinson di non fare il bambino, di non lanciarsi in imprese scriteriate che hanno già portato lutto e dolore in famiglia, rassicurandolo sul futuro. Sinceramente commosso da queste parole, Robinson per un po’ abbandona i suoi propositi, ma mesi dopo, preso dal furore giovanile, scappa addirittura di casa dopo aver parlato con la madre dei suoi progetti “marinareschi” e averla fatta infuriare. Così, il primo settembre 1651, il giovane Robinson Crusoe sale su una nave diretta a Londra. L’ottavo giorno di navigazione si scatena una terribile tempesta con “marosi alti come montagne” e il ragazzo – terrorizzato – assiste alla disperazione del capitano e dei marinai, che tentano in tutti i modi di tenere a galla la nave e intanto pregano di non morire. La nave cola a picco e Robinson, assieme agli altri membri dell’equipaggio, si salva a bordo di una scialuppa, che poi tocca terra dopo il faro di Winterton, “dove la costa piega ad ovest verso Cromer”. La popolazione di Yarmouth accoglie con affetto i naufraghi e fornisce loro il denaro per proseguire per Londra o per tornare indietro. La vita del diciannovenne Crusoe è a un bivio: rinunciare ai suoi sogni d’avventura facendo tesoro del terribile spavento preso oppure tornare a Hull e poi a York, fare felice suo padre e sua madre e mettere la testa a posto?

Daniel Defoe può a buon diritto essere considerato uno dei padri del giornalismo, dato che fu uno degli editorialisti più prolifici della sua epoca. Durante la sua carriera scrisse più di 370 opere di non fiction, perlopiù pamphlet politici che lo fecero persino finire in prigione ma d’altra parte gli procurarono anche incarichi di intelligence per conto dei Tories. Era considerato un sedizioso polemista e gli scrittori suoi contemporanei ne avevano una scarsa o nulla considerazione. Frustrato da questo e dai suoi umili natali (era figlio di un macellaio e aveva aggiunto il “De” al suo vero cognome Foe per far credere di avere origini nobili), aveva vissuto sempre sull’orlo del dissesto finanziario prima del matrimonio con Mary Tuffley, figlia di un mercante benestante, che gli consentì di avviare una impresa commerciale e – seppure a fatica – mantenere sei figli. Nel 1719, all’età di sessant’anni, molto colpito dalla storia di Alexander Selkirk (un naufrago scozzese che dieci anni prima era stato raccolto su un’isola deserta dove aveva raccontato di aver vissuto per cinque anni), Defoe decise di darsi alla narrativa e scrivere il suo primo romanzo. La sua urgenza non è però di natura artistica, né lo è il suo approccio, che è eminentemente commerciale. Per lui scrivere Robinson Crusoe e gli altri libri che seguiranno è un modo creativo di fare soldi. Come spiega Attilio Brilli, professore ordinario di Letteratura angloamericana presso l’Università di Siena, “usava contrattare con il proprio editore il tema (che ricalcava sempre, rinnovandola genialmente, la moda del tempo), il numero delle pagine, il tempo di lavoro e il ricavo. Per Defoe il romanzo era una piccola impresa”. Ma il talento non può essere nascosto, trova sempre il modo di appalesarsi, quando c’è. E così la cronaca dell’inquietudine del borghese di provincia Robinson Crusoe, della irrequietezza quasi patologica (“Chiunque penserebbe che, una volta raggiunta con tante complicazioni questa posizione fortunata, non avrei più avuto voglia di correre altri rischi, (…) ma io avevo fatto l’abitudine alla vita vagabonda”) che lo porta a rischiare più volte la vita fino a naufragare su un’isoletta “non lontano da Trinidad e della costa, al largo delle foci dell’Orinoco” diventa una struggente, efficacissima parabola sociale ed esistenziale, oltre che un mirabile affresco della natura selvaggia, costruito attraverso il contrasto tra la quotidianità “stracciona” del protagonista – che egli vive comunque come una conquista di civiltà – e la inumana bellezza degli elementi. In una sua prefazione a una vecchia edizione del romanzo, Virginia Woolf esprime alla perfezione questo contrasto individuando come immagine-simbolo del libro una rozza pignatta in cui Crusoe sta cucinando “contro un fondale di montagne accidentate e di mari tumultuosi, sotto un cielo stellato”. Ma questo capolavoro involontario è stato anche letto come espressione perfetta della nascita della borghesia europea (di Robinson Crusoe scrive persino Karl Marx ne Il Capitale) perché il protagonista anche in una remota isoletta (semi)deserta si incaponisce a strutturare la sua esistenza secondo il modello borghese: c’è persino un proletario da sfruttare, Venerdì. Una curiosità: il famoso naufragio avviene dopo più di cento pagine, ed è preceduto da molte altre avventure (il protagonista nell’ordine rischia un naufragio al largo delle coste dell’Inghilterra, viene catturato da pirati e fatto schiavo durante un altro viaggio, fugge con un giovane compagno ed esplora le coste dell’Africa Nera, si stabilisce in Brasile dove avvia una fiorente attività di coltivazione della canna da zucchero) che, a quanto pare, non hanno mai suscitato l’attenzione né dei critici letterari né dei compilatori delle quarte di copertina.



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