La vita felice

La vita felice
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L’estate del 1978 segna l’inizio e la fine di molte cose per Elia Furenti, un ragazzo di sedici anni che vive in cima ad una collina a pochi chilometri da Ponte, un paese di provincia noto soprattutto perché sede di un importante cotonificio. Suo padre Ettore fa il manutentore presso lo stabilimento fino all’anno precedente, quando viene licenziato per dichiarato fallimento. Un evento drammatico dopo il quale Ettore cambia, diventa assente, ossessionato dall’idea di un complotto, solo l’ombra dell’uomo che è sempre stato. Marta, sua moglie, un donna minuta, accomodante e molto innamorata, cerca di capire, lo giustifica, attende con pazienza che il momento passi ma non sa che ogni cosa può soltanto peggiorare. Solo pochi mesi prima in paese scompare un bambino, ritrovato poi in fondo ad una scarpata, legato mani e piedi, morto soffocato da ignoti. Ponte si stringe intorno a quell’omicidio efferato, i giorni scorrono via veloci e in paese arriva Stefano con la madre Anna, fuggita a Torino con un tizio sbandato quando era ancora molto giovane, adesso tornata dal padre Santo Trabuio, dopo una separazione burrascosa, in cerca di un posto dove stare. Tra Stefano e Elia nasce subito un’amicizia fatta di molte contraddizioni e degli alti e bassi tipici dell’adolescenza. Stefano è un ragazzino arrabbiato, in perenne conflitto con il nonno e la madre, incapace di adattarsi a vivere in una provincia spesso ostile. Anna ha trentasei anni, è una donna magra, ferita, eppure capace di grandi tenerezze nei confronti di Elia che diventa presto un assiduo frequentatore di casa Trabuio. È qui che il ragazzo comincia a sentire i primi turbamenti per Anna, è qui che si rifugia per fuggire dai fantasmi del padre ed è qui che la sua innocenza si intreccerà all’evolversi di eventi drammatici che cambieranno per sempre il corso della sua esistenza….

Ci sono voluti sei anni perché Elena Varvello tornasse in libreria, un sacco di tempo che ha coinciso con la gestazione di un romanzo impeccabile che replica e non smentisce i precedenti: L’economia delle cose (2007) e La luce perfetta del giorno (2011), entrambi editi da Fandango. Tornano i temi cari all’autrice, le ambientazioni, i luoghi dentro e fuori, sempre governati da ombre, piccoli o grandi misteri che riguardano i suoi personaggi e che finiscono per interagire in maniera non solo simbolica con il loro destino. Elia vive in una casa e in un contesto a cui non ha mai chiesto di più, una madre complicata, un padre a suo modo irrisolto, una vita che non si fa domande fino a quando non si scontra con l’imponderabile. Anna e Stefano irrompono a destabilizzare un equilibrio creduto l’unico possibile e gettano ponti su un futuro a cui forse Elia non è ancora pronto, in un processo di crescita accelerato dagli eventi a contorno che nella loro imprevedibilità fanno emergere verità drammatiche. Ci sono i vuoti e i pieni di vite come tante, i segni di un passato che su ciascuno ha lasciato tracce incancellabili, ci sono i giorni chiari e quelli opachi, i sentieri impervi, le scelte necessarie, i doveri e l’avventatezza. Elia racconta questa storia dopo trent’anni, quasi a cercare di far pace con un destino che non dimentica, narra ad un lettore prima incuriosito poi completamente rapito qualcosa che si intuisce fin delle prime pagine ma a cui ci si sforza di non dare un nome perché in fondo fissare le cose in un punto significa riconoscerne l’esistenza. Elia ha sempre saputo tutto e quello che non sa riesce ad immaginarlo, quasi a prevederlo, nell’agghiacciante ricostruzione di un puzzle fatto di mille tasselli da rimettere insieme. Anche diventato uomo sa che la storia di suo padre è in parte la sua storia e totalmente la storia di sua madre che ama senza riserve un uomo schiacciato dai suoi stessi fantasmi. Può essere difficile per un ragazzo, a sedici anni non si hanno gli strumenti per comprendere i “modi in cui l’amore può manifestarsi” ma il tempo e la distanza gli consegneranno le chiavi per arrivare in fondo al senso di ogni passaggio. Imparerà che “la delusione ti tiene legato alle cose sbagliate” quando è invece il bene che “deve tenerti legato alle persone” anche nel buio di giorni in salita, nei sogni agitati, nei ricordi che non se ne vanno. La strada tracciata da Elia in quella lunga estate calda arriva a noi con l’asciuttezza dei fatti, nessuna sbavatura, niente che sia troppo o troppo poco in questo libro che si legge come un giallo al contrario, in cui il colpevole è riconoscibile sin dalle prime righe. Un’autrice che non cerca di stupire, capace di orchestrare i tanti capitoli in uno stile essenziale e onesto che nulla concede alla spettacolarizzazione ma che resta ugualmente magnetico e ineccepibile. La vita felice sono le piccole cose, per dirla con le parole del libro, quello che resta, ciò che non va sprecato, una luce accesa, il coraggio di essere uomini, lo sforzo di tentare un percorso di felicità nonostante tutto, anche a dispetto di ciò che non riusciamo a capire. La vita felice è il nostro dovere. Niente di più. Quasi un miracolo.

 

 

 

 
 
 
 

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