La vita in generale

La vita in generale
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Ho fatto un sogno. Un brutto sogno, che non racconterò a nessuno. Perché dei sogni degli altri non interessa niente a nessuno, appunto. Distendo le gambe anchilosate, il mio corpo scricchiola. I cartoni che ho usato come coperte scivolano via. Scivolano via pure le immagini del brutto sogno, anche se purtroppo me ne rimane un persistente benché vago ricordo. Come un saporaccio in bocca, dopo che hai assaggiato qualcosa di andato a male pescato in un bidone. “Generale, devi correre subito! Se no finisce male!”. È la voce di Zagor. “Che succede, Zagor? Che cosa finisce male?”. “Sbarbo e Nerone... si menano. Cioè, adesso hanno smesso. Li stiamo tenendo. Hanno litigato di bestia”. “Per cosa stanno litigando Sbarbo e Nerone?” chiedo, con semplicità e tenerezza. “Per un giubbotto”, risponde Zagor. “Un giubbotto bello, tipo di pelle. Ne avevo anch’io uno così, una volta”. Una volta. Per tutti noi c’è stata “una volta”. La lotta per il giubbotto in realtà è cominciata dalle parti del mercato del pesce. Sbarbo e Nerone si stavano picchiando, quando sono intervenuti gli altri e li hanno portati via, in un posto più tranquillo, tenendoli separati. Prima che arrivassero gli sbirri. Sanno che il Generale non vuole casini. Sanno che lui sistemerà tutto...

La vita in generale che racconta Tito Faraci è quella di Mario Castelli, detto il Generale, novello barbone con un passato da abile manager d'azienda, che con l’aiuto, la bellezza e la capacità persuasiva della giovane Rita ricomincia a combattere per guadagnarsi un posto in Paradiso o quantomeno in Purgatorio, riuscendo nel contempo ad aiutare la nuova amica a recuperare l’azienda di famiglia ormai sull’orlo di una cessione che li rovinerebbe. Ma la trama, in questa come in molte altre storie, è solo un pretesto per raccontare un mondo affascinante, quello dei senzatetto, eroi di un immaginario popolare fatto di miseria, solidarietà, violenza talvolta, ma soprattutto umanità. Un mondo in cui quei valori che rendono gli uomini diverso dagli squali (della finanza) resistono ancora e sorreggono una microsocietà in cui qualche stramberia è considerata normale. L’autore riesce senza forzature a mescolarsi tra di loro con comprensione e ironia, limitandosi alla descrizione di volti, gesti, dialoghi, ed evitando la facile tentazione alla denuncia, alla soluzione racchiusa nelle pagine di un libro. Forte della propria esperienza di sceneggiatore per fumetti (da Topolino a Diabolik, da Dylan Dog a Tex) Faraci costruisce una bella storia che fa ridere e pensare, e riesce a far coesistere la semplicità della fiaba con la leggerezza della commedia e l’urgenza del romanzo d’inchiesta.



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