La vita ingenua

La vita ingenua
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Anni ’70. Vittorio, dopo quasi mezzo secolo, torna nella cittadina della sua infanzia e adolescenza, Cuneo. A dire il vero ci era già tornato nel 1942 per il matrimonio del fratello Umberto con Maria Teresa Della Valle. La sera della vigilia delle nozze – una bella serata di maggio – tutta la famiglia Gorresio, finalmente unita, aveva fatto una lunga passeggiata per la piazza principale di Cuneo. C’era il padre di Vittorio, Marco, generale di divisione, con la moglie Teresa; c’erano la sorella Giulia e il fratello Umberto, capitano degli alpini che “aveva fatto la guerra in Etiopia e in Albania ed era sul punto di partire per la Russia da dove non sarebbe più tornato”; poi l’altro fratello Paolo, il minore, uscito fresco dall’Accademia militare di Modena e anche lui destinato a morire in Russia. Anche Vittorio – malgrado fosse l’unico maschio di casa ad aver scelto una professione borghese, il giornalista – era in uniforme di tenente d’artiglieria da campagna, richiamato da poco per la Seconda guerra mondiale ma già decorato al valore nella campagna d’Abissinia. È stata l’ultima volta che la famiglia Gorresio si è ritrovata al completo, l’ultima parentesi felice prima dei lutti, riflette l’uomo. Vittorio ricorda poi la casa in cui è cresciuto: “non aveva molti pregi oltre alla collocazione nel centro della città, stando in un vecchio edificio della via Savigliano, una parallela dalla parte di Gesso a via Roma, già via Nizza, già via Maestra”. Ora quella casa è come se non esistesse più, l’ha comprata una banca che ha provveduto a “ristrutturarla” funzionalmente per i propri “tristissimi uffici”. A Vittorio tornano alla mente le risate con i fratelli e la sorella quando salivano di corsa su per le scale, fino al terzo piano, dove giungevano senza fiato. Al primo piano abitava una certa famiglia Balocco: un cognome che li divertiva molto, li faceva pensare a un fabbricante di giocattoli. Al secondo piano c’erano l’appartamento e lo studio dell’avvocato Pellegrini, che spesso usciva sul pianerottolo sentendoli passare e regalava a Giulia una caramella, perché aveva tre figli maschi ma “non aveva avuto bambine e se ne faceva un cruccio”. Già, Giulia. Vittorio da ragazzino era persuaso che al mondo non ci fosse una bambina più carina di sua sorella…

Vittorio Gorresio è stato una firma importante del giornalismo italiano. Ha lavorato a “Il Messaggero”, “L’Europeo” ma soprattutto a “La Stampa”: al quotidiano torinese per molti anni ha ricoperto il ruolo di notista politico. Con questo affettuoso memoir si è aggiudicato il Premio Strega nel 1980, pochi mesi prima che gli venisse diagnosticato un tumore che in meno di due anni l’ha portato alla morte. Una malattia che sentì il bisogno di raccontare in Costellazione cancro, un breve diario che nelle (pochissime) edizioni de La vita ingenua successive allo Strega è sempre aggiunto in appendice al romanzo, come a dolente chiusura di un’autobiografia. Anche se in realtà questo romanzo si occupa poco di Vittorio Gorresio, o meglio se ne occupa di riflesso: al centro della scena c’è la sua famiglia, ricca di personaggi complessi e fascinosi come la Nonnina Giulia, donna dalla fortissima personalità, amica personale di Giolitti e conservatrice intransigente, oppure questo padre bello, alto, valoroso ma vanesio che quando fu ferito in battaglia durante la Prima guerra mondiale spedì a casa l’uniforme imbrattata di sangue per far vedere ai figli “chi era loro padre” e che nei figli suscitava una tale ammirazione che il piccolo Vittorio era convinto che facendo carriera, un grado dopo l’altro, il padre da ufficiale dell’esercito sarebbe infine diventato Re. Il racconto di Gorresio fotografa la borghesia italiana del nord dai primi del Novecento alla Seconda guerra mondiale, denunciandone – ma sempre con toni pacati, da album di famiglia, s’intende – l’infatuazione per il fascismo, pagata a caro prezzo anche dai Gorresio come dal Paese intero. E si chiude con l’esperienza professionale a “Il Popolo di Roma” diretto da Corrado Alvaro prima dell’occupazione nazista di Roma, esperienza breve e conclusa rocambolescamente con una fuga dall’uscita secondaria per sfuggire a una squadraccia di fascisti malintenzionati e l’entrata in clandestinità di Gorresio. Per il lettore è un percorso di piacevole lettura, sia chiaro, ma con una forte limitazione: l’autore basa tutto sull’afflato sentimentale che ovviamente lo lega ai suoi ricordi e alla sua famiglia, un afflato che un lettore non ha, o che al massimo può provare in forma di cortese empatia. Troppo poco, per emozionarsi.



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