La vita lontana

La vita lontana
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Elio e Dora sono una coppia come tante solo all’apparenza. Lei insegnante precaria e lui dirigente in una ditta di smaltimento rifiuti, vivono in una sorta di bolla della quale i libri e i grandi ideali umanistici sono il nucleo e l’essenza. Alla nascita dei due gemelli Marzio e Livio, il loro piccolo universo implode e l’uomo, a poco a poco, comincia ad allontanarsi dalla moglie e dai figli. La sua è una metamorfosi lenta, mentale e persino fisica che porta Elio ad abbandonare la moglie e i figli per trasferirsi in India, presso un monastero jainista. Da quel momento in avanti, la vita di Dora si trasforma in un sogno, un brutto sogno, distaccato dalla realtà. Elio si fa sempre più distante, fino a chiudere del tutto i contatti, oramai diventato una specie di autorità religiosa, mentre lei si ritrova da sola a crescere i due gemelli in costante conflitto tra di loro. Gli anni trascorrono scivolando sul tempo con una meccanicità disarmante, tanto che Dora sembra impotente nel affrontare situazioni e prendere decisioni che riguardino lei e i due gemelli. I ragazzi, diventati adolescenti, continuano a crescere provando un inspiegabile odio reciproco e condiviso, fino a quando i due prenderanno strade diverse. Dopo molti anni di solitudine e abbandono, Dora decide di rintracciare Elio e organizzare un viaggio con uno dei due figli. Ma le speranze e le attese di chiarimenti non verranno soddisfatte e le lacune affettive non saranno colmate, perché Elio nel frattempo non solo è un uomo molto diverso, ma il suo corpo sta per cedere e liberare l’anima…

Forse Marzio e Livio non sono esattamente come lo yin e lo yang, ma le loro vite gemellari appaiono unite nell’eterna lotta per la divisione e la reciproca prevaricazione, anche nella più grande lontananza fisica. I due gemelli sono anche il cuore spezzato in due della loro madre, che appare come una donna complessa, con una formazione culturale elevata e ricca di strumenti che però non riesce ad utilizzare per la crescita dei due figli. Essa stessa sembra anzi disarmarsi da sola, complice anche l’abbandono del marito Elio, deciso a dare un senso alla propria vita. Ma un senso che non contempla la vicinanza con la famiglia, pur nell’ammissione dell’amore intonso nei confronti di moglie e figli. Paolo Pecere, ricercatore universitario di Storia e filosofia, nel raccontare di questa strana famiglia romana sceglie di dare una chiara impronta al suo romanzo con uno stile ricercatissimo, filosofico. La cornice, la casa che da principio ospita i quattro personaggi e membri della famiglia, ricorda la caverna di Platone. Tutti loro vi stanno incatenati all’interno, immersi in un buio famigliare e autocostretti a guardare ombre parlanti, certi che quello sia l’unico e vero mondo possibile. Elio, liberatosi dalle catene, scopre la fuga e la sua personale uscita, ma tutto ciò a discapito degli altri. Ci si domanda quindi se questi figli così diversi e divisi siano il risultato di una combinazione errata, oppure debito e colpa di un genitore fuggito, o di un altro genitore debole. Il romanzo, seppure lo stile impegni il lettore, non è mai eccessivo o pesante perché la storia è di per sé intrigante e coinvolgente. Di riflesso, forse, non c’è grande empatia con i personaggi, slegati tra di loro ma allo stesso tempo incatenati ai destini degli altri. La vita lontana pare rimandare a una negazione di qualsiasi compromesso possibile tra chi si ama e che la fuga non è sempre il migliore dei mondi possibili, seppure la soddisfazione personale venga raggiunta.



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