La vita moderna

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Parigi, 1880. Sono passati sei anni dalla prima manifestazione ufficiale del pensiero impressionista tenuta presso lo studio del fotografo Nadar e a cui hanno preso parte Claude Monet, Edgar Degas, Alfred Sisley, Pierre-Auguste Renoir, Paul Cézanne, Camille Pissarro, Felix Bracquemond, Jean-Baptiste Guillaumin e - unica donna - Berthe Morisot. La manifestazione e la conseguente mostra, il Salon Des Refusés, ha rappresentato il simbolo di un’azione di rivolta al rifiuto delle loro opere operato dal Salon. A Parigi la 'vie moderne' avvolge ogni cosa, la città è in fermento, le rive delle Senna sono gremite di turisti, la gente gode appieno dei plaisirs di una metropoli che vuole incarnare la mondanità, fatta di gite in barca, circoli culturali, botteghe d’arte, rivoluzioni di pensiero, fêtes che allietano i pomeriggi e pranzi estivi in attesa che sopraggiunga l’autunno. Renoir, con le tasche vuote e la mente sempre rivolta a colori e pennelli, dopo avere subito le aspre critiche di Zola che considera gli impressionisti non più degni di essere definiti artisti poiché troppo impegnati a cogliere il momento come in un tableaux vivant e poco focalizzati sulle forme e sulla rappresentazione fedele ed oggettiva, decide di dipingere il quadro che lo porterà nuovamente in auge dopo l’acclamato Le Moulin de la Galette. In seguito ad una ulteriore spaccatura con l’amico Degas, ora rivolto ad altri pittori moderni e deciso a voler impedire ai membri del circolo di esporre al Salon (pena l’espulsione dal gruppo), sceglie la terrazza della Maison Fournaise a Chatou, a pochi minuti da Parigi, come luogo perfetto per dipingere Le déjeuner de canotiers, uno spaccato reale e concreto di vita moderna. L’impresa è ardua, la tela di dimensioni enormi, i soldi per i colori sono pochissimi, la ricerca di almeno quattordici personaggi laboriosa e lunga. La sorte non sta dalla sua parte: una serie di circostanze lo condannano ad avere soltanto tredici modelli (elemento che darebbe un duro colpo alla sua fama perchè ricorda troppo l’Ultima Cena) e la sostituzione di alcuni soggetti nel corso delle settimane rendono il progetto quasi impossibile. Ogni domenica, sulla terrazza di Mère e Père Fournaise, Renoir incontra i suoi amici e compagni di vita per ritrarli nelle ore in cui la luce è perfetta e ogni dettaglio può essere colto nel massimo del suo splendore. Attrici delle Folies Bergers, pittori, critici, poeti, giornalisti e modelle, tutti riuniti per il quadro di Renoir...

Susan Vreeland supera se stessa in questo grandissimo affresco di un’epoca affascinante, quella della Parigi sul finire dell’800 e di un movimento artistico che ha rivoluzionato i canoni di pittura facendo della luce, dei colori, dello studio dei soggetti en plein air i suoi tratti caratteristici. L’autrice ci permette di entrare nel quadro con uno stile coinvolgente e frizzante, dettagliato e fedele alle atmosfere dell’epoca, e la narrazione sembra essere scandita dalle pennellate di Renoir sulla tela immacolata sulla quale gli elementi naturali, ma soprattutto le persone, prendono forma gradualmente, emergendo come camei di rara bellezza dal bianco del dipinto che si compone capitolo dopo capitolo. Impariamo a conoscere ogni soggetto non solo per le sue forme, ma soprattutto per la sua intima essenza interiore, per il legame con il pittore, ricerchiamo ogni nome e colore sul dipinto al fine di scoprire i volti che si celano dietro alle parole e alle emozioni impresse sulla carta, sentiamo scorrere nelle vene la tensione artistica di Renoir, la sua mano dolorante che fa vivere la tela, la sua ansia di riuscire e di realizzare un sogno, la sua passione per la pittura come unico motore di vita, il suo amore infinito per ogni donna che trasforma in macchia di colore dalle innumerevoli sfumature. Tifiamo per lui, vorremmo quasi poter pagare i suoi modelli e offrire loro quei dieci franchi a seduta al fine di non distrarlo dal suo obiettivo solo per acquistare i tubetti di blu di Prussia al negozio di Monsier Tanguy, vorremo sostituirci a Jeanne Samary quando comunica a Renoir che non potrà più posare e ci piacerebbe essere pazienti e docili in risposta alla vanità altezzosa e al fare indisponente di Circe, così come faremmo follie per cucire il vestito di Aline nelle ore notturne. Tutto pur di sapere che Le déjeuner de canotiers potrà vedere la fine e sarà perfetto, non come pensava Renoir più simile ad un tappeto volante che ad una terrazza, ma incredibilmente vivo e pulsante, intriso di quella modernità dalla quale l’artista era attratto e a cui voleva rendere omaggio con l’arte, rappresentazione eterna di un momento fugace, di una gioia intensa vissuta e resa immortale dal pennello che si muove in su e in giù, le spatole incrostate di colore e poi pulite con la trementina, pronte per un nuovo soggetto, per un nuovo progetto di vita.



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