La Vita Sacra

Anni Cinquanta. Una donna abita in centro a Milano. Fervente cattolica, rosario in mano, preghiere recitate continuamente, immaginette e stampe malamente incorniciate ad accompagnarla. E un ragno. Una tarantola in ferro battuto che l’accompagnò sempre nel viaggio dalla Puglia a Milano. Lei avrebbe “ucciso senza rimorso” qualsiasi ragno, però quello in ferro battuto era lì, in cima al suo letto, intoccabile. Ragno, araldo e incarnazione della Madre Terra. Madre. Segni delle Madri. Madri che vincono, che perdono. Si fanno avanti, nei secoli, gli adoratori di Mitra, gli sgozzatori di tori, la volontà di dominio, e il dominio si accompagna al disprezzo e all’odio della vita-natura: la donna, ridotta a schiavitù, la natura, separata dall’umano. L’uomo strappa la rete vitale. Si strappa dalla rete vitale e così facendo violenta anche se stesso. Il distacco dalla vita, dall’intelligenza, porta a un’umanità de-mente, e “ciò che ci distrugge è ciò che abbiamo distrutto”. Si potrebbe dire che il suolo che abbiamo scarnificato e sterilizzato fa clima intorno a noi. In noi. Ma l’antica cultura della vita e dei cicli della terra sopravvive, radicata in quanto “non artificiale”. L’uomo della società di guerra e progresso ha allontanato da sé la Vita Sacra, si è reso cieco e sordo avvelenando la terra, schiavizzando uomini, odiando e violentando donne e bambini. Ha ridotto il sacro a merce, l’acqua, le piante, gli animali non-umani. Dominio, profitto e ancora dominio. E i contadini, protagonisti di una controstoria che difficilmente emerge ma vive, continuano a ribellarsi, a lottare, a resistere con la sacralità della vita. Contadino, indigeno, donna…

Questo saggio è diviso per capitoli: terra, piante, animali, acqua e donna, vita e morte; ma è una forzatura e la stessa Sonia Savioli lo ammette, perché il testo, la sua scrittura, scorrerebbe meglio senza alcuna griglia, come immedesimandosi nella rete di cui canta la sacralità. Passando dalla Milano dell’infanzia alle ribellioni contadine, dai segni dell’antica cultura allo scempio delle multinazionali, delle società guerra e progresso e competizione sfrenata e ubriaca, al prodotto di umani de-mentizzati consumatori compulsivi e schiavi di bisogni indotti, a nuove forme di schiavitù, e a mai-sepolte manifestazioni di ancestrale legame, connessione tra gli elementi della rete. Perché, e l’autrice più volte ne sottolinea l’importanza, anche quando distruggiamo, diventiamo ciò che abbiamo distrutto: malattia connessa al malato, in un corrotto ciclo di vita morte e rinascita. “Mondo spirituale riflesso di quello materiale”, e se avanzano cemento, asfalto e putridume sintetico, ecco che la fantasia si “atrofizza”. Muoiono le sirene, le madri perdono. Le madri vincono. L’ancestrale subconscio si manifesta, emergono tracce di antiche (e recenti) convivenze pacifiche, in cui la volontà di dominio non si è affermata, in cui la donna non è violentata, aggredita, ma considerata fonte della vita, delle forze vitale, nel ciclo di vita e morte e ancora rinascita. La donna, il serpente, la civetta, il toro. Non disprezzati, né maledetti. Sacri. Vita Sacra. Una debole fiammella che resiste: frutta che cade, dimenticata, un nido caduto: si dice, che peccato. Peccato, comprensione, compassione, empatia. Piccoli canti di espiazione, le nostre “pitture rupestri”, impronte di mani – rosso, vita – sulle “pareti della storia”.

 

 


 

0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER