La voglia

C’era una volta il padrone di una cartiera, Hermann. È un capitalista spietato, ma lui ama credere di essere un capo illuminato. Costringe gli operai a organizzare un coro della fabbrica, ci tiene moltissimo. A suo modo, naturalmente. Il suo modo di tenere alle cose è possederle, controllarle, esigere che vadano come lui desidera. Succede così anche con la sua famiglia, con sua moglie – “La metà dei corpi in questo posto vale molto meno di quell’unica donna, l’altra metà, quado fischia la sirena, va a lavorare in cartiera alle dipendenze di quell’uomo” – e con il figlio preadolescente, che come si conviene nell’Austria borghese degli anni Ottanta è “costretto” a eccellere nello sport e nella musica, sci e violino per la precisione. La moglie Gerti è un capitolo a parte. Hermann è sempre passato di letto in letto senza alcuno scrupolo, ma ora ha il terrore dell’AIDS e quindi, per fame o per vendetta, può sfogare la propria voglia solo sulla moglie. Non passa giorno che lui non la possieda, non la sbrani, non la picchi. “Quando la donna va ad aprirgli la porta, (lui) capisce che niente è troppo grande per il suo dominio” quindi ancora con il cappotto indosso si sbottona i pantaloni, ne estrae il membro e la obbliga a estenuanti e articolati rapporti sessuali. “Lei non vuole farlo entrare, mentre lui si sente una potenza”, morde i seni della donna: lei si difende, lui si eccita ancora di più, la percuote, la prende. O la mattina, dopo la rasatura, quando lui la piega bruscamente sul bordo della vasca da bagno, le strappa la camicia da notte e la sodomizza, incurante delle feci che gli imbrattano il membro. Un po’ compiaciuta da tanta irruenza sessuale malgrado i lividi ma atterrita dalla assoluta indifferenza che il marito le riserva su tutti gli altri piani della vita, “la donna si culla nelle proprie angosce” finché un giorno non incontra un giovane seduttore seriale e se ne innamora perdutamente…

Equidistante da tragedia greca, satira sociale e pornografia, La voglia è uscito nel 1988 nella collana “Frauen & Pornografie” curata da Claudia Gehrke e pensata per fornire uno sguardo femminile all’erotismo estremo. Nello stesso periodo la Jelinek era una delle più illustri testimonial della campagna d’opinione per la riforma del codice penale tedesco che portò alla legalizzazione della pornografia. Curioso però sottolineare che qualche anno dopo la scrittrice in qualche modo ha “rinnegato” La voglia perché – a suo dire – il linguaggio utilizzato nel romanzo per descrivere la sessualità dal punto di vista della protagonista femminile era ancora troppo contaminato da espressioni maschili o meglio maschiliste. In effetti Gerti non mette mai in discussione la relazione di dominio uomo/donna. Vive il sesso esclusivamente come umiliazione. Sempre passiva, subisce brutali violenze sessuali ma lascia passare tutto, non importa quando, non importa come. Non sembra nemmeno essere il suo, quel corpo tormentato e ferito. Brutalità e sessismo a parte, il linguaggio è caratterizzato dalla assoluta mancanza di dialoghi: la Jelinek snocciola un flusso ininterrotto di descrizioni e riflessioni intrecciate inestricabilmente e questo estenua il lettore, lo prende per sfinimento, lo ipnotizza quasi. E quando si arriva all’ultima pagina, all’ultima parola, un senso di malinconia e ridicolo disgusto rimane attaccato all’anima per giorni, come un chewing-gum rosa calpestato sul marciapiede.



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