La zattera di Géricault

La zattera di Géricault
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Parigi, 1819. Théodore Géricault, 28 anni, pittore, è allo sbando: La zattera della Medusa – l’opera alla quale ha dedicato due anni di sforzi – non è stata acquistata dal museo del Louvre. Il naufragio della fregata “Méduse” è stato un evento che, al pari del quadro, ha avuto risonanza internazionale e ha attirato a sé feroci critiche. Alla sua immagine su tela si accompagna la deriva esistenziale dell’artista: ma cos’era successo al largo delle coste africane e nella vita di Théodore? La fregata “Méduse”, destinata ad una missione di ricognizione in Senegal, era stata affidata a Hugues Duroy de Chaumarey, un nobile che nonostante la quasi nulla esperienza di navigazione era tornato a ruoli di comando grazie alla Restaurazione post napoleonica. La nave s’era incagliata a causa dell’imperizia del comandante e questi, una volta assicurate le scialuppe agli ufficiali, aveva abbandonato i non privilegiati – 149 persone – su una zattera di fortuna lasciata al proprio destino. Il naufragio e la sua rappresentazione erano così divenuti l’emblema dell’inettitudine e dello spregio per il popolo di un’intera classe dirigente reazionaria; i superstiti, dopo due settimane di sofferenze, violenze e atti di cannibalismo erano stati solo 15. Un destino atroce quello di aver navigato con la morte a bordo. Ed il destino di Théodore? Anche per lui non c’è altro orizzonte che la deriva? Ora che è stata scoperta la travolgente storia d’amore che ha vissuto con sua zia Alexandrine, moglie del suo zio mecenate, il pittore è disperato e la donna dovrà dare alla luce il figlio che aspetta da lui per darlo in adozione… Esiste una zattera alla quale affidare un’improbabile salvezza?

Bastano cinque personaggi per raccontare una vicenda complessa che coinvolge la politica sempiterna, l’arte, la passione e le istanze di sopravvivenza dell’animo umano in uno spettro colorimetrico che va dal nero bitume alla luce caravaggesca: Théodore Géricault; lo zio mecenate Caruel; il superstite Corréard; l’apprendista Jamar ed Alexandrine Caruel, la zia amante che nei deliri del pittore arriva a sovrapporsi alla madre perduta quando era ragazzo. Interessante la narrazione che mostra il quadro del naufragio ormai eseguito e ci accompagna in un percorso a salti temporali visualizzati da uno smontaggio, una de-rappresentazione dell’immagine pittorica fino a diventare una tela bianca. Leggibilissimo grazie a dialoghi che, seppur accordati ad uno stile consono al tempo delle vicende narrate, non cedono al prolisso e all’ampollosità. L’efficacia del testo – in versione italiana e francese – ci proietta in una messa in scena della quale si diventa registi e spettatori al tempo stesso, calandoci nelle vicende rappresentate che contengono a loro volta altre narrazioni. Notevole la parte dedicata alla descrizione dei colori, o meglio, dello spirito di ciascun colore che con le sue caratteristiche definisce vari aspetti dell’anima i cui confini sono quasi impossibili da definire, lasciando la possibilità ad infinite sfumature. La zattera di Géricault costituisce una buona occasione per la rivalutazione della lettura di testi teatrali che, se scritti e descritti con efficacia, non hanno nulla da invidiare al coinvolgimento che offre un romanzo.



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