Labambina

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Labambina, Ragazzino, Monello. La chiamano così, non con un nome proprio. Lei dal canto suo non parla, non dice una parola, a volte grida, solamente suoni incomprensibili. A lei i temporali non fanno paura, anzi. “Labambina, che nessuno ha preso in braccio, non piange. In silenzio presta ascolto alle forze scatenate della natura, guarda con gli occhi spalancati i vapori di luce abbagliante che rabbiosi squarciano il sottotetto buio. Guarda, la bambina senza luce, i vapori di luce dei lampi, 50 finché, accecata, non è costretta a chiudere gli occhi”. Labambina viene picchiata, spesso. Lo psichiatra le chiede di fare dei disegni, lei rifiuta, sprezzante. Si ritrova legata alle sbarre. “I lacci di cuoio incidevano in profondità la carne. Labambina non lo sentiva, fissava con gli occhi nudi il vuoto. Aveva un sogno nel cervello, il sogno di un dio nero che si sarebbe portato via tutti. Che li avrebbe stritolati, sognava Labambina, che lui avrebbe girato il destino a suo favore e che le avrebbe permesso di abitare la terra da sola”. La violentano, in tanti, nella stalla di Schätti, e Il Pensionante è d’accordo. Ma lei sa vendicarsi, conosce modi e strumenti per armarsi e far del male, tanto e quanto lei stessa ha subito. C’è solo la violenza, nella sua vita, nulla di più lontano dalla spensieratezza dell’infanzia. “Le braccia intorno alle ginocchia se ne sta a lungo davanti a quell’immagine di un mondo che le rimane precluso. Perché c’è tanta desolata certezza nella bambina? A un’età in cui la vita potrebbe essere un’estasi multicolore. Ed eccola di nuovo la rabbia chela divora dall’interno per uscire, un mostro, il lato notturno del drago. Non può trattenersi Labambina, deve prendere aria nei polmoni e gridare”…

Si chiamava “Kinder der Landstrasse”. Era un programma di “sedentarizzazione” delle popolazioni nomadi effettuato dal governo svizzero, in realtà un vero e proprio piano eugenetico che comportò violenze e morti. Tra i 600 e i 2000 bambini nomadi furono allontanati dalle loro famiglie d’origine, affidati a famiglie svizzere o a istituti per essere “normalizzati”. Tra questi c’era anche Mariella Mehr, scrittrice e poetessa nata a Zurigo nel 1947, che fu sottratta alla madre di etnia Jenisch. Prosegue la ripubblicazione delle sue opere da parte della casa editrice Fandango, tutte segnate drammaticamente da questa pagina buia della storia elvetica. L’esordio è stato Il marchio, primo capitolo della Trilogia della Violenza, che si concluderà con Accusata. Ora è il momento de Labambina, capitolo in cui la Mehr ripercorre le angherie subite durante la sua infanzia, le violenze del padre affidatario, gli elettroshock, i traumi che hanno segnato quegli anni e l’hanno portata quasi alla follia. Racconta il baratro, il dolore cupo e senza confini che è stata costretta a affrontare, nell’età in cui tutti conoscono invece giochi, felicità, amore familiare. È un libro duro, cruento, scritto con uno stile scabro, non privo di asperità e toni oscuri, rarefatto e inquietante, come lo “stream of consciousness” di un incubo. Una lettura non affatto semplice, una scrittura che non lascia spazio all’immaginazione, che porta dritto al fondo del fondo, narra senza metafore, aguzza come una pietra, lancinante come una fitta al cuore. La violenza è la vera protagonista di questa vicenda: quella che subisce la protagonista, quella che lei stessa usa come arma per proteggersi dal mondo, mutismo e violenza, una fionda lanciata contro gli altri per difendersi. Una feroce testimonianza di un episodio terribile e ancora poco conosciuto e approfondito. Perché, è bene sempre tenerlo a monito, la memoria è fondamentale perché ciò che è stato non accada mai più.



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