L'addio

L'addio
Un leader politico su un palcoscenico parla al suo pubblico, ai suoi elettori, al suo popolo. E' circondato da un gruppo di ragazzini vestiti tutti uguali che blandisce in modo ambiguo. Un gregge muto e consenziente che subisce un soliloquio pieno di inganno, protervia, assenza totale di autocritica, qualunquismo sfrenato, razzismo altrettanto sfrenato, paternalismo, autoritarismo, argomenti risibili, vecchie paure resuscitate ad arte. Tutto l'armamentario di un populista rampante, insomma...
Il breve testo teatrale del Premio Nobel 2004 per la Letteratura, l'austriaca Elfriede Jelinek, ha avuto in patria seri problemi con la censura a causa delle allusioni neanche troppo velate al leader xenofobo della Carinzia Jorg Haider: qui i riferimenti diventano inesorabilmente automaticamente altri durante la lettura, ma non per questo la virulenta carica eversiva del pamphlet dell'autrice si attenua. Feroce, tagliente, magmatico come tutta l'opera della Jelinek, L'addio riporta in auge il modello letterario dell'invettiva e lo innalza a nuove vette di eccellenza.

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