L'Aleph

L’Aleph
Londra 1929, inizio di giugno: Joseph Cartaphilus di Smirne, antiquario. Tebe, un giardino di Tebe ai tempi di Diocleziano: Marco Flaminio Rufo, tribuno militare di una legione romana. Quale legame tra i due? Nell’ultimo dei sei volumi dell’Iliade di Pope venduto in quel giugno da Cartaphilus, un manoscritto riporta il racconto del tribuno romano: “Ignoro se credetti mai alla Città degli Immortali. Penso che allora mi bastasse il compito di cercarla”. Mirando ad ovest, verso la terra dei trogloditi che si nutrono di carne di serpente, attraverso deserti aridi d’acqua e fertili di  deliri “vari giorni errai, o un solo enorme giorno moltiplicato dal sole e dalle sete”. Finchè, ormai disperata, l’alta e rilucente Città degli Immortali appare. Alle sue pendici un putrido fiumiciattolo, terroso sollievo a tanta arsura, e le cavità scavate nella pietra dai trogloditi, uomini dalla pelle grigia e dalla barba negletta, nudi, senza parola, come indifferenti al mondo fisico. Il solo modo per salire alla città è perdersi nei suoi “neri labirinti intrecciantisi”, spogliarsi di qualsiasi cognizione del tempo e dello spazio, fino ad approdare, nel colmo di una commozione che subito si fa orrore (“orrore intellettuale”) nel palazzo dell’abbandonata e indecifrabile Città degli Immortali. Opera di dèi morti e pazzi, labirinto ripugnante al pensiero perché “d’una complessità insensata, un’architettura mancante di ogni fine”. La fuga e la scoperta: i trogloditi sono gli Immortali, il fiumiciattolo terroso è il fiume che purifica gli uomini dalla morte, la loro, ormai anche sua sorte, un’esistenza dalla durata infinita e indefinita, un immortale tempo indifferente: “in un tempo infinito ad ogni uomo accadono tutte le cose, come nei giochi d’azzardo le cifre pari e le dispari tendono all’equilibrio, si annullano, si correggono. Visti in tal modo tutti i nostri atti sono giusti, ma sono anche indifferenti”. Ci potrà mai essere riscatto in questa logica di precise compensazioni?  “Esiste un fiume le cui acque danno l’immortalità; in qualche regione vi sarà un altro fiume, le cui acque la tolgono”. Joseph Cartaphilus era uomo consunto e terroso, grigio d’occhi e di barba. Morì in mare di ritorno da Londra… All’estremo opposto, ultimo racconto: una non specificata città dell’Argentina, l’incandescente mattina  di febbraio - estate per l’emisfero australe - del 1929 in cui Beatriz (“Beatriz, Beatriz Elena, Beatriz Elena Viterbo, Beatriz amata, Beatriz perduta per sempre, son io, son Borges”) in cui Beatriz morì. La casa di lei come unico scrigno di immagini vive dell’amata, più che di ricordi. E di molto di più. In un angolo della cantina della casa di via Garay, visibile solo da sdraiati sul pavimento, fissando il 19esimo gradino, c’è un Aleph. Aleph  è la prima lettera dell’alfabeto ebraico, il primo numero numerabile, l’iniziale del primo uomo, il simbolo per Dio, l’atomo di cui ogni cosa è composta, l’indivisibile monade in cui si  rispecchiano tutte le monadi. Aleph è il punto dello spazio che contiene tutti i punti, l’infinito moltiplicato per se stesso e per tutte le sue possibili prospettive in un unico luogo, il microcosmo di alchimisti e cabalisti. Una visione ineffabile. “Qualcosa, tuttavia, annoterò”...
Questi i due estremi, i due confini capovolti e rispecchiantisi che incorniciano gli altri 15 racconti. Due confini che narrano di due infiniti di opposta valenza. Un infinito estensivo, dilatato, indefinito e indifferente, come i dolenti trogloditi che lo abitano, uomini interscambiabili, senza destino (“Nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale è tutti gli uomini”). Ineffabile perché fatto di un linguaggio senza tempo “di verbi impersonali o d’indeclinabili epiteti”. All’estremo opposto un infinito intensivo, concentrato in un punto preciso, istantaneo (hic-stans), nella vita di persone e luoghi “preziosamente precari”, un istante gigantesco di milioni di atti gradevoli e atroci, tutti nello stesso punto senza  sovrapposizione o trasparenza. Ineffabile per sovrabbondanza e simultaneità di singolarità, “simultaneo mentre il linguaggio è successivo”. In tutto 17 racconti che si costituiscono dialettizzando queste polarità, 17 levigatissime incisioni, caleidoscopiche visioni, dimentiche di ogni proclamata ineffabilità (con la grazia o la disgrazia dell’oblio si apre e si chiude la raccolta) e di ogni rigida opposizione. Una dialettica vitale degli opposti permea la prosa a tutti i livelli, alternanza di nomi reali e finzioni letterarie, di minuziosa erudizione e visionaria fantasia, barocca, ma mai di maniera, mai autocelebrativa o autoreferenziale. Dialettica del caos e dell’ordine, dell’incomunicabilità della prospettiva individuale e dell’universalità di questa incomunicabilità, di destini segnati e dimenticati, di scambi di ruoli, di unità degli opposti. Di labirinti. Prosa metafisica si è detto più volte, ma a patto che sia raggiunta (o sublimata?) per incarnazione, nell’unicità del personaggio, della sua vicenda luogo e tempo. Mitologico, storico, immaginario o reale poco importa. La genialità di un lascito meta-letterario (proprio perché letterario, verrebbe subito da precisare): e se l’Aleph non fosse un titolo-sineddoche (il titolo di un racconto scelto ad indicare il tutto dell’insieme dei 17 racconti) ma un titolo o un nome ostensivo? L’Aleph è un Aleph, visione ineffabile eppure attingibile con la piacevole fatica della sua lettura.

 

 

 

 
 
 
 
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