L'altra che danza

L’altra che danza
Rehvana e Matildana. Due sorelle diversissime. L’una dai lineamenti occidentali, irrequieta, fiera e testarda, l’altra dalla dirompente bellezza africana, dolce, assennata e in pace col mondo. Siamo a Parigi, e poi a Martinica, e poi ancora a Parigi. Tra le nuove generazioni di antillani cresciuti in Francia si aggira Rehvana, un’anima inquieta, una ragazza bella, volitiva e che apparentemente non ha paura di nulla. Frequenta i giovani antillani tradizionalisti, quelli che inscenano riti ancestrali con tanto di marchio a fuoco pur di dimostrare la propria primitività, il proprio attaccamento alle origini e la propria “africanità”. Rehvana vaga di festa in festa spezzando cuori, sta con Abdoulaye, fa innamorare follemente di sé Jérémie, ma poi scappa con Enryck. Vuole celebrare la propria negritudine interiore al di fuori di quelli che ritiene sterili salotti intellettuali, e per questo segue Enryck a Martinica, a vivere di semplicità, superstizioni e lavori umili. Il ritorno alle origini però non si rivela all’altezza dei sogni e delle ambizioni identitarie della coppia: Enryck non è il compagno premuroso che Rehvana credeva, e Matildana con le sue lettere preoccupate e piene di moralismo risulta quasi insopportabile. L’unico conforto per Rehvana sono le stregonerie e i consigli di man Cidalise, una vicina di casa saggia ed altruista, e la purezza della piccola Aganila, frutto del suo amore mal riposto in Enryck. Trovare la propria identità diventa così quasi una lotta contro se stessi, un infierire sgraziatamente sulla propria vulnerabilità, affidandosi all’ignoto pur di fuggire dal presente...
L’altra che danza è quasi una danza, appunto: un balletto tribale oscuro, dal significato primordiale, a tratti assolutamente incomprensibile, ed altre volte così dolorosamente naturale. Non capiamo perché Rehvana viva la propria fisionomia, la propria vita e il proprio posto nel mondo con tanto disagio, non capiamo perché rasenti il masochismo, con le sue scelte impulsive e contro ogni logica, non capiamo perché rifiuti costantemente l’aiuto di Matildana, spinta da null’altro che dall’affetto protettivo per la sorella. Però a tratti questa ricerca costante dell’io, e della sua collocazione etnica e spirituale nel mondo, si avverte e si comprende. Il richiamo di Madre Africa si respira. Lo struggente bisogno di affrontare l’essere meticci con voluttà e vigore e passione, e di rivendicare il proprio diritto ad essere quello che si è,  il rapporto profondo e filiale con la terra, la natura, le superstizioni… tutti elementi che Suzanne Dracius semina in mezzo a dialoghi, descrizioni degli ambienti, introspezioni dolorose, e che si ha l’istinto insopprimibile di rigettare, invano. Il lettore odia Rehvana e questo suo costante farsi del male, tifa per Matildana, ogni volta che questa rimprovera con parole sagge e pacate la sorella, si preoccupa per la piccola Aganila, detesta Enryck…e quest’empatia è la dimostrazione che il tema delicatissimo della ricerca della propria identità etnico-culturale è affrontato con estrema abilità dall’autrice, che riesce a dipingere un ritratto realistico seppur abitato da continui estremismi e ben poche zone grigie. Romanzo dolorosamente intenso, ma necessario.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER