Lampi d'ingenuo

Lampi d'ingenuo
Nel sobbollente oceano della Rete, nel chiacchiericcio silenzioso delle chat, si sfiorano solitudini: quella di Francesca, aggrappata al suo amore perduto per sempre, ma alla ricerca di incontri che però sembrano capaci di riportarla solo al punto di partenza; quella di Franco, quarantenne drogato di lavoro, pieno di sogni perturbanti e di vuoto; quella di Gina, oversize e fuoricorso, un marito, una figlia e un amore virtuale in procinto di assumere la consistenza sudata dell’adulterio – da consumarsi rapidamente come il cibo nei suoi attacchi di bulimia. C’è chi un amore se lo inventa, perfetto e volatile come nebbia, e c’è chi lo aveva e l’ha perduto, come Lina, che vede fantasmi e gattona sui tetti – speriamo faccia attenzione alle pallottole che una moglie incazzata, da qualche parte in città, sta scaricando su gatti e gechi, nella totale indifferenza del marito, ridotto a un vegetale dalla tv e dal disamore. Anche Lara è sola, “sola come uno starnuto”, ma per tirarsi su il morale alle chat preferisce un metodo decisamente più attivo, peccato sia anche piuttosto rischioso. E non parlate di pericoli alla professoressa Felli, arzilla vecchietta con l’hobby del gioco d’azzardo e del taccheggio, vittima a sua volta del vecchio adagio del chi la fa l’aspetti. E mentre gli adulti tradiscono, rubano, ammazzano, si odiano e si amano, si feriscono a colpi di indifferenza, una bambina piange e si dispera perché non vuol perdere l’incanto delle favole e dell’innocenza…
Vincitori del premio nazionale “Logos”, i dieci racconti di Lampi d’ingenuo sono pennellate che, sommate insieme, formano un quadro che potrebbe intitolarsi “Nevrotica solitudine metropolitana”. Anche se il mondo è tutto fuorché un posto solitario, anche se brulica peggio di un formicaio, “ognuno sta solo”, immerso in una folla che non ha volto e che è un muro d’acqua da fendere, da attraversare a testa bassa. Bruciano i dolori nell’indifferenza della città – o in quella del proprio compagno. Per evitare la deriva non c’è altra strada che ancorarsi agli oggetti, l’unica cosa apparentemente solida, affidabile, da contrapporre alla fragilità della vita – cibi da ingurgitare per creare un pieno temporaneo, scatole di legno da sgraffignare, peluche da abbracciare per ridurre le dimensioni di un letto troppo vasto –, ai fantasmi dei Perduti che ancora tornano a ossessionare, eterei. Dieci storie tra ironia e afflizione, che indagano usi e mali contemporanei (le chat, l’ossessione bulimica per il cibo, le nevrosi dilaganti…) non necessariamente in chiave realistica, anzi spesso ricorrendo a tocchi surreali o fantastici – segni allusivi, coincidenze, allucinazioni, fantasmi –, in uno stile che di frequente si sveste delle cadenze prosastiche per volare in alto, verso i ritmi della poesia.

Leggi l'intervista a Sonia Ciuffetelli

 

 

 

 
 
 
 
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