L'anno dei dodici inverni

L'anno dei dodici inverni
Emanuele Libonati bussa alla porta di casa Grandi il 7 Gennaio 1982. E’ un uomo anziano, un giornalista che si occupa della stesura di un libro dedicato a tutti i bambini della zona nati il giorno di Natale. Chiara Grandi, figlia di Emilio e Esther, è nata proprio il 25 dicembre 1981 e sarà lei, come altri suoi piccoli conterranei, che Emanuele visiterà ogni inverno per monitorarne crescita, evoluzione e pensieri. Infatti, dopo quel giorno, Libonati torna a far visita ai Grandi quasi ogni anno, ne diventa amico e confidente, sempre serbando un’aura di mistero che a tratti incuriosisce e sgomenta. Il tempo passa, sono gli anni del disatsro di Chernobyl del 1986, della morte di Emilio nel 1991, del terribile incidente di cui è vittima Lady Diana nel 1997, gli anni in cui Chiara cresce da adolescente inquieta, all’ombra di una madre presente ma profondamente segnata dagli accadimenti del passato. Emanuele è sempre accanto a loro, legato alle due donne da un filo misterioso che intreccia i loro destini fino al 2028, quando finalmente ognuno troverà le risposte che da sempre cercava...
Immaginate il mondo tra diciotto anni, quel futuro che in tanti ci hanno raccontato presagendo sciagure, cataclismi, rivoluzioni climatiche o mutazioni genetiche. Provate a pensare al domani, a come saremo, a quello che faremo, se l’amore avrà più un senso, se il dolore continuerà ancora a toccare le corde di oggi, quanta e quale musica ci sarà, su quali pagine scritte cercheremo una storia da raccontare. Poi dopo averlo disegnato - quel 2028 prossimo venturo, prendete il nuovo libro di Tullio Avoledo e leggetene la sua personalissima versione, in una favola post-moderna che commuove, incuriosisce, incanta e stupisce. L’anno dei dodici inverni (nato, forse, chissà, ci viene il sospetto, con il titolo originario di Un viaggio senza musica) è un'epopea meravigliosa che scivola via veloce come un battito di ciglia dal 1981 al 2028, avvinta e sospinta da un enigma che rimarrà celato fino all’ultima pagina. E’ un gioco del tempo nel tempo, tra cronologie impazzite, è una corsa a perdifiato in mezzo a quasi cinquant’anni di storia di una famiglia qualsiasi, attraversata da un amore che non conosce né confini, né ragioni. Quel sentimento rimane la chiave, l’essenza primaria, il motore e l’assillo che sorregge e dà forza all’intera narrazione. Tra scenari da fanta-fiaba in cui la Chiesa della Divina Bomba santifica ed esalta il mito di Philip Dick, sostanziandone il verbo nel Libro delle Rivelazioni (meglio noto come l’Esegesi di San Filippo), sullo sfondo di una Londra neo-teatcheriana in cui finti paesaggi radioattivi diventano la scenografia perfetta, partorita da un videogioco, saliamo a  bordo di cronomacchine sofisticate, riscopriamo la letteratura, la poesia, la vita, mutata, beautificata, perfezionata ma pur sempre vita. E ritroviamo la memoria di ciò che è passato, uno spazio cronologicamente esteso all’intera esistenza del protagonista, quell’Emanuele Libonati che diventa il nostro Caronte nella complessa trama di un romanzo originalissimo. Non ci sono parole che lo contengano, così come non esiste un’esatta collocazione temporale su cui poter fissare un punto di partenza e uno di arrivo: ogni cosa, ogni evento fluttua, si interseca, confligge e trafigge ciascuno degli attori chiamati a interpretarne il copione. C’è magia ovunque, sospirata, soffusa, sottintesa, quella sospensione miracolosa di un qualcosa che si aspetta con il palpito e l’emozione di una nuova scoperta. Ogni pagina affascina e non concede tregua allo stralunato lettore, trasportato in un mondo che per certi versi riconosce ma che, per altri, incredulo, subisce. Verrebbe voglia di chiedere all’autore il beneplacito di una postfazione lunga come un altro romanzo, dispiaciuti, orfani ormai quando arriviamo all’epilogo sancito dalla trecentosessantanovesima pagina. Come se avessimo ancora qualcos’altro da chiedere e da chiarire. Le favole da bambini ci facevano sempre questo effetto, una non era mai abbastanza e Avoledo dà dipendenza, è bene che lo sappiate. Anche perché un antidoto ancora non c’è. E sarebbe senz’altro meglio non trovarlo mai.

 

 

 

 
 
 
 
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