L'anno nudo

L'anno nudo
Nudo come la steppa, dove da spiragli tra cielo e terra soffia un vento ispido e una giornata può assomigliare “a una donna di soldato di trent'anni in sarafàn”. Nudo come il 1919, terzo anno di guerra civile nella Russia sconquassata dalla Rivoluzione d'ottobre del 1917, anno di impietosi, feroci scontri tra “bianchi” e “rossi”, figli della stessa madre issati sulle barricate di ideali contrapposti. Anno di carestia, fame, povertà strisciante nei villaggi con i granai vuoti e gli animali affamati, di tifo e sifilide ad imperversare sulle già fragili ossa dei contadini smagriti. È in questo 1919 che la famiglia dei principi Ordynin, in una remota cittadina della profonda provincia, conosce il punto più basso di quella rapida discesa verso la decadenza iniziata con lo scoppio della rivolta. Ogni membro della famiglia, padre, madre, tre femmine e tre maschi, si è perso in modo diverso e distante dagli altri: tutti, in questo nudo 1919, sono imprigionati in una personale solitudine emotiva, in un crollo individuale che fa da contraltare al frantumarsi di valori e convenzioni della vecchia società russa. Nell'anno nudo non sono solo gli eserciti a fronteggiarsi, ma anche due diversi modi di vivere e pensare: quello aristocratico, oramai consumato come una misera candela, e quello rivoluzionario, incarnato da eroi postivi, che della “nuova” Russia potranno divenire, forse, i migliori rappresentanti...
L'anno nudo, primo romanzo di Boris Pil'njak, annoverato tra i sostenitori della Rivoluzione, è un testo di non facile lettura e, allo stesso tempo, estremamente affascinante. Pubblicato nel 1922, deve complessità e fascinazione alla medesima caratteristica: l'assenza, cioè, di una vera e propria trama, di un intreccio lineare della storia che accompagni il lettore dall'inizio alla fine. Più che sommare eventi e raccontare dettagliamente lo sfascio morale della famiglia Ordynin, L'anno nudo va oltre, creando atmosfere del tempo e del luogo, precipitandoci nel clima gelido, nella fame atavica, nella paura di una terra martoriata e divisa. Pil'njak evoca e suggerisce in modo preciso ma non didascalico ciò che sta avvenendo e sconvolgendo la Russia, dipingendo quadri suggestivi e spiazzanti con una scrittura secca, incisiva, essenziale. Uno stile, il suo, in cui sono frequenti rimandi e ripetizioni, il tramonto, l'alba, il gelo, il sangue, per dar vita ad un moto circolare di disperazione capace di scavare un posto nella mente, radicandosi nella memoria e trascinandoci in un passato reale eppure quasi mitico. In un continuo cambio di prospettiva non ci si sente smarriti, ma tenacemente avvinti al racconto di eventi epocali, descritti con straordinaria poeticità anche nei momenti più duri e crudi. Un libro forse incautamente troppo poco conosciuto, che merita di diritto un posto nella storia delle letteratura mondiale con il suo respiro ampio, e il passo solenne, deciso, delle grandi opere.

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