L'antichef

L’antichef
Alzi la mano chi non ama la cucina della mamma o della nonna. Il gusto nudo delle cose semplici servite su un piatto “normale”. Una cucina fatta di rudimenti, ingredienti frugali e fondi di frigorifero che da laboratorio di ricette estreme ritorna ad essere alveo del gusto e dei sapori della tradizione popolare. Basta col pollo fritto in marmellata di albicocche o con i trionfi di gamberi in salamoia bolliti nel succo d’arancia. Soprattutto basta con i piatti grandi come ruote di carro e le portate così infime ed impossibili da intercettare, piatti nei quali più che il cibo in sé a fare figura è tutto un avvitamento barocco di erbette, salsine, fili d’olio colorati e ingannatori. In questi tempi in cui il rapporto col cibo è pessimo per eccesso o per difetto, andare a riscoprire l’arte del cucinare (che si avvicina pressappoco alla pittura, per estetica), il divertimento puro dello spignattare, diventano una sorta di riconquista del proprio tempo e dei propri ricordi. Piroettando come dentro un ballo, si può creare il proprio stile: lento, tra farine, lieviti e sale quanto basta; veloce, tra spicchi di aglio rosolati nell’olio. Quando l’organizzazione del pasto è scaricato dal senso di “obbligo” che si ha a prepararlo, allora anche tutte le funzioni ad esso connesse assumono un aspetto nuovo, più leggero e piacevole e cucinare non è più un’operazione finalizzata esclusivamente a riempire lo stomaco, ma anche a scoprire o riscoprire il gusto di mettere in bocca i cibi e assaporarli…
Questo è quanto Letizia Nucciotti nel suo irriverente, leggero e interessantissimo (per chi della cucina fa la stanza privilegiata di tutta la casa) L’antichef cerca di ricordarci pagina dopo pagina. Fa il verso ai grandi chef dai cappelloni rigidi, tutti intenti a piroettare sulle punte e fare accostamenti improbabili per quello che sembra un contagioso e delirante caso di esotismo. All’origine sarebbe dovuto essere un “semplice” ricettario, che alla fine, ripercorrendo odori e sapori così familiari, e diremmo, così intimi, si è trasformato in qualcosa di più di un semplice elenco di ingredienti, grammature e procedimenti. Accanto ad ogni ricetta, anzi dietro ogni ricetta c’è un ricordo, un aneddoto particolare, un viso, una risata, un detto popolare che rendono speciale quel piatto, quel sugo, quel dolce. Niente di più lontano dalle riviste patinate, dai giudizi alla Gambero Rosso perché "la cucina possibile è quella che conserva dignità anche quando assemblando piccole rimanenze riesci in mezz’ora a mettere te e la tua famiglia davanti a qualcosa di preparato al momento, rivendicando il dovere e il piacere di volersi bene, di apparecchiare e di sedersi insieme almeno una volta al giorno".

 

 

 

 
 
 
 
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