L'arte di essere povero

L’arte di essere povero
Parigi, 5 novembre 1906, ore 17.00: in tribunale viene pronunciata la sentenza di divorzio tra il Conte Boni de Castellane e Anne Gould, ereditiera americana, tanto ricca quanto brutta, che richiede il divorzio perché stufa degli innumerevoli festini che il conte era solito fare e dello sperpero di soldi che tutto ciò comportava. La notizia raggiunge il conte mentre sta passeggiando vicino alla residenza dei propri genitori in rue Costantine: uno dopo l’altro i numerosi creditori lo raggiungono per batter cassa. Da quel momento né loro né i giornalisti lasciano in pace il povero conte - praticamente sul lastrico. Purtroppo una serie infinita di disavventure si succedono: la Gould si concede ben presto al cugino di de Castellane, Hélie de Talleyrand; il conte intenta una causa per ottenere la guida dell’educazione dei figli con un risultato fallimentare (i due più grandi vengono spediti in collegio, il più piccolo, di 4 anni, è ritenuto troppo piccolo per essere separato dalla madre, Boni de Castellane può vederli solamente due volte a settimana, ma riesce a portarli anche in vacanza con sé alla scoperta della tradizione familiare in Provenza affinché i figli possano sentirsi parte della famiglia). A niente valgono le molteplici visite del conte a Roma per la richiesta di annullamento del matrimonio… d’altronde, lui, cattolico, aveva sposato una fervente protestante, quindi non tutti nella Santa Sede avrebbero potuto essere d’accordo. Ma il conte riesce a trovare la forza di sopravvivere a tutto questo grazie ai viaggi, agli incontri con artisti, politici e diplomatici che caratterizzano le sue giornate e ai quali mette a disposizione prima un piccolo appartamento rimesso a nuovo grazie al suo stile sofisticato ed elegante e poi il palazzo in Rue de Lille. Finché la sua encefalite letargica non tenterà nuovamente di oscurare il tutto…
Le memorie di Marie Ernest Paul Boniface (questo il nome completo di de Castellane) ci accompagnano dal momento della sua separazione fino ad alcuni anni prima della sua morte per una grave malattia. Uomo politico, giornalista e antiquario il nostro de Castellane è stato un personaggio sempre sulla cresta dell’onda nella Francia dell’inizio del Ventesimo secolo. Nella sua narrazione non si trovano toni patetici, ma piuttosto ironici. Sì, perché di ironia si può parlare per un uomo che finisce la sua narrazione affermando: “Perlomeno mi resta una consolazione: non mi sono mai annoiato.” L’arte di essere povero è l’unico dei libri di de Castellane (1867 – 1932) ad essere stato tradotto in lingua italiana. Delle altre sue memorie Come scoprii l’America (forse una tagliente allusione a come conobbe la Gould) e Vent’anni a Parigi non si conosce versione in italiano. In questa edizione le memorie dell’autore sono precedute da un’introduzione di Massimiliano Mocchiola di Coggiola: un saggio di una trentina di pagine che ci offre una panoramica sul mondo dei dandy - poveri, ma sempre dignitosi - e su quell’arte che li vedeva spesso protagonisti grazie all’eleganza e alle sottigliezze del loro linguaggio: allontanare i propri creditori, facendoli sentire degli stupidi, anziché dalla parte della ragione. Nota di merito anche al lavoro della traduttrice per aver riportato in italiano la forma moderna, beffarda e colloquiale, senza trascurare l’eleganza stilistica che fa riemergere tra le pagine un po’ di quel clima frivolo tipico della Belle Ėpoque.

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