Lascia fare a me

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Il suo romanzo non verrà pubblicato, questo gli è chiaro, il “Ciccione” della casa editrice gliel’ha fatto capire chiaramente, però per lui, scrittore squattrinato e in declino, c’è comunque un’opportunità per guadagnare del denaro: mettersi sulle tracce di un certo Juan Pérez. Il “Ciccione” gli ha infatti garantito “una lauta ricompensa” se lo aiuterà a rintracciare l’autore sconosciuto (Juan Pérez, appunto) di un romanzo custodito nella redazione della casa editrice, un’opera dalle “pagine magistrali”, un “capolavoro” a cui è interessata una fondazione svedese pronta per un’immediata pubblicazione. Di Pérez non si sa nulla, salvo il fatto che ha spedito il romanzo da Penuria, una sperduta cittadina dell’entroterra uruguayano, ma lui (lo scrittore squattrinato e in declino) non può non accettare: quel denaro gli serve. E allora, eccolo, prima su un pullman e poi nell’afosa Penuria, una micro città abitata da persone strampalate e fuori dal comune. La sua sarà una ricerca movimentata e faticosa, tra hotel impastati di afa e sporco, piazze deserte, bar poco raccomandabili e all’insegna di incontri umani che regaleranno memorabili sorprese…

Gli ambienti surreali, costantemente avvolti dal velo dell’indefinito, e i personaggi dall’essenza sui generis fanno di queste pagine uno scritto che tiene desta l’immaginazione. La storia è il racconto di una ricerca che il protagonista fa apparentemente intorno a eventi che gli sono estranei, mentre di fatto l’indagine principale si dimostrerà quella volta a scovare i fantasmi del suo animo. Intricata, controversa, a tratti bislacca, la vicenda narrata ha lo charme del più incredibile dei mondi onirici. Autore di numerosi saggi, romanzi e racconti (in Italia sono già stati pubblicati Il romanzo luminoso e Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo, entrambi da Calabuig), Mario Levrero (Montevideo 1940 – 2004) con Lascia fare a me non smentisce dunque la sua capacità (e qui si prendono in prestito le parole che Luciano Funetta ha firmato nella prefazione) di “raccontare quanto la letteratura e la sua pratica, attiva o passiva che la si intenda, siano attività miserevoli e al contempo nobili, un brancolare nella penombra – perché il buio non fa ridere – dell’ossessione, in quel momento in cui ciò che appare più astratto e quindi meritevole di una forma letteraria figlia di un linguaggio nuovo si sovrappone all’assurdo quotidiano, il luogo in cui tutto ristagna, pigramente infestato da ectoplasmi senza brama persecutoria né segreti tragici.” Da leggere per immergersi tra le pieghe di una scrittura tanto asciutta quanto capace di dare ampia forma a personalità pazzesche e a scenari dalla quotidianità intrigante.



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