Lasciami andare, madre

1998, Vienna. Helga è arrivata nella capitale austriaca per incontrare la madre. Sono passati ben ventisette anni dall’ultima volta che le due donne si sono viste, e prima del 1971 avevano passato altri trent’anni lontane. Cosa aveva diviso così profondamente le esistenze di madre e figlia? La scelta della prima di abbandonare marito e figli per arruolarsi nelle SS di Heinrich Himmler e lavorare nei campi di concentramento di Sachsenhausen, Ravensbrück e Auschwitz-Birkenau come spietata guardiana. Helga e suo fratello Peter erano stati dapprima affidati a una zia e in seguito erano docuti crescere con la nuova moglie del padre, una matrigna giovane e assurdamente prevenuta nei confronti della figlia adottiva, da lei penalizzata ed emerginata fino alla follia dell’abbandono in una struttura per bambini ‘difficili’. Di tutto questo, alla madre di Helga sembrava non interessasse nulla, perché non si era mai fatta sentire né vedere nel corso degli anni. Era stata Helga a cercarla nel 1971 per farle conoscere suo figlio piccolo, per provare a ricostruire una parvenza di rapporto, ma tutto ciò che la donna era riuscita a fare era stato mostrare fiera alla figlia la sua uniforme delle SS tenuta in naftalina e cercare di regalarle una manciata di gioielli sottratti ai prigionieri dei campi di concentramento destinati alle camere a gas. Helga aveva rifiutato inorridita e tra quella madre e quella figlia era di nuovo calato un muro. Fino a una lettera arrivata un giorno di fine agosto e firmata Gisela Freihorst. La signora si definiva grande amica della madre di Helga, e l’avvertiva che dopo anni di delirio cognitivo progressivo l’anziana era stata ricoverata in una casa di riposo. Era ormai prossima ai novant’anni, e le occasioni per rivederla sarebbero potute non essere ancora molte. E allora eccola Helga a Vienna, in una camera d’albergo, con il groppo allo stomaco, la paura e la voglia di tornarsene a casa e mandare tutto a monte. L’accompagna la cugina Eva, anche lei riapparsa nella sua vita dopo più di cinquant’anni di eclissi: il confronto con la madre sarà anche il confronto con un’infanzia infelice, con un moloch di rancori e dolore che minaccia di soffocare le due donne...
La saga autobiografica grazie alla quale Helga Schneider ha (ri)scritto - in modo più vivo ed emozionante di quasi chiunque altro - la storia della Germania nazista e delle ferite che la parabola del regime hitleriano ha lasciato sul corpo e sull’anima dell’Europa vive forse il suo capitolo più sconvolgente con questo libro, una vera mazzata allo stomaco. Più di centinaia di saggi storico-politici Lasciami andare, madre fotografa con brutale efficacia il dramma della memoria e della vergogna del popolo tedesco, lo incarna in una vicenda familiare che definire drammatica è poco, scavando con le unghie nel rapporto madre-figlia, in quel legame animale che resiste nonostante ogni orrore, ogni rancore, ogni distanza, ogni colpa, ogni accusa. Lo stile piano e allergico a qualsiasi retorica, da diario, rende forse ancora più straniante l’esperienza della lettura. La sala visite di un ospizio diventa un luogo più orrendo e spaventoso di un forno crematorio, lo sguardo liquido e le mani solcate da vene azzurrine di una vecchia signora fanno venire brividi più profondi che la descrizione di un campo di battaglia disseminato di cadaveri: è l’ennesimo esempio di quella ‘banalità del male’ che Hannah Arendt ha così mirabilmente descritto parlando del processo ad Adolf Eichmann. Dal romanzo è stata tratta qualche anno fa una pièce teatrale di successo firmata Lina Wertmüller.

Leggi l'intervista a Helga Schneider

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