L'assassinio come una delle belle arti

L'assassinio come una delle belle arti
Uccidere è un reato, almeno in tempo di pace. Secondo il singolare punto di vista di Thomas De Quincey può essere anche un'arte. Non si stupiscano i benpensanti: se il delittuoso non avesse un intrinseco aspetto di divertissement, non ci sarebbe un così alto consumo di notizie che riportano fatti di sangue. Certo, per soddisfare i veri intenditori, un delitto deve rispondere a precisi requisiti. In primis, la vittima. Deve trattarsi di una brava persona, giovane, in buona salute. Meglio, per accrescere il pathos, se ha famiglia e bambini piccoli. Questo non significa, naturalmente, legittimare l'assassinio. Tuttavia, avendo fatto il possibile per impedire che venga commesso, che male c'è ad apprezzarne le qualità estetiche? Per la pratica di tale esercizio la Londra ottocentesca, con le sue vie nebbiose e male illuminate, offriva un terreno stimolante (lo confermeranno in seguito le imprese di Jack lo Squartatore). Ed è appunto in un quartiere orientale piuttosto malfamato che nel 1812, in nemmeno due settimane, vennero perpetrate due stragi orribili per mano di John Williams, un mostro ma anche un artista nel suo genere. La prova? Dopo aver tagliato la gola a due coniugi e ad un giovane apprendista, Williams non risparmiò il bimbo in fasce che dormiva nella culla. Una brutalità inutile sul piano pratico, poiché il piccino non poteva nuocergli, ma necessaria per completare l'elegante atrocità del suo gesto e rendere perfetta la desolazione di quella casa...
A suo agio nella parte di romantico "maledetto", De Quincey, non si è accontentato di rendere pubblica la propria impenitente dipendenza dagli stupefacenti nelle Confessioni di un mangiatore d'oppio, e si è cimentato con un altro tema scabroso – l’arte di uccidere ad arte - camuffandolo sotto le spoglie dell'umorismo inglese. Ma il travestimento non nasconde la morbosità. Nella prima parte di questo piccolo trattato il nostro oppiomane si mantiene in equilibrio sul filo del paradosso, lasciando credere che la sua sia solo una provocazione. Qualcosa di simile al pamphlet satirico Una modesta proposta di Swift, che suggeriva di fare arrosto i bambini irlandesi col duplice scopo di ridurre la popolazione dei Papisti e di mettere sul mercato una risorsa alimentare a buon prezzo. Quando però De Quincey passa a ricostruire minuziosamente i delitti di Williams, la maschera caustica cade. Il compiacimento con cui descrive le efferatezze del serial killer tradisce il suo inquietante amore per il crimine. L'assassinio come una delle belle arti è qualcosa di più del ricercato esempio di humor nero che vorrebbe apparire: è uno specchio scuro dove si riflette quell’istinto macabro che, dopo un incidente stradale, fa fermare gli automobilisti a contemplare le tracce di sangue sull'asfalto. Non è un caso che, ne La donna della domenica, due raffinati conoscitori dell’animo umano come Fruttero e Lucentini lo citino per etichettare la fine ridicola e tragica di un laido architetto, massacrato con un fallo di pietra. La fascinazione dell’assassinio come capolavoro sui generis seduce i letterati (e non). Nemmeno Agatha Christie ne era immune, visto che ne La serie infernale fa dire all’integerrimo Poirot: "Se si potesse ordinare un bel delitto come si ordina un pranzetto gustoso in trattoria...". Forse, in segreto, siamo tutti ammiratori di Caino.

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