L'assassino delle vedove

L'assassino delle vedove
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Praga, 1944. Il Terzo Reich è allo sbando, stretto nella morsa ad occidente dagli eserciti alleati, e ad oriente dall’Armata Rossa. Il panico inizia a diffondersi tra i tedeschi occupanti, mentre la speranza cresce tra la popolazione ceca, fiaccata dalla guerra, dalle torture e dalla fame. L’agente della Gestapo Erwin Buback e il giovane investigatore ceco Jan Morava, in questo clima di caos imminente, devono scoprire chi è il misterioso e sanguinario serial killer che prende in ostaggio vedove di guerra e le uccide dopo averle orrendamente sfigurate...
Pavel Kohout è figura in patria assai controversa per la sua rutilante biografia politica, che partendo da uno zelante stalinismo con tanto di accuse di collaborazionismo con i sanguinari servizi segreti dell’epoca, lo ha gradualmente condotto a posizioni più defilate e moderate durante la Primavera di Praga e infine liberali e filo-occidentali dalla seconda metà degli anni ’70 in poi, fino all’esilio, preceduto nientemeno che da un tentativo (abortito) di omicidio da parte della Polizia. Di Kohout, oltre ad alcune pièce teatrali, era giunto in Italia finora soltanto il bizzarro e surreale La carnefice. Se anche gli altri suoi romanzi inediti nel nostro paese sono di livello paragonabile a questo magnifico L’assassino delle vedove, speriamo vivamente che qualcuno li pubblichi presto, perché sarebbe davvero un delitto non leggerli: quattrocento pagine di una prosa dall’impostazione classica, ariosa e ponderata, lontana dalla sincope del pulp e dagli standard del thriller; personaggi umani eppure titanici nelle loro contraddizioni; un affresco storico vivo e terrificante della caduta del Reich e degli orrori dell’occupazione nazista in una Praga nera di fuliggine e paralizzata dal terrore; uno scorcio orribile e disturbante della mente di un assassino ossessionato da immagini mistiche e da torbidi vincoli filiali; e – infine – due storie d’amore commoventi e palpitanti che si intrecciano l’una con l’altra, tra passione e lacrime. Una prova stilistica tanto vitale e disinvolta, una penna così perfettamente a suo agio nel padroneggiare le tecniche della suspence moderna non farebbe sospettare che l’autore è un signore di più di ottant’anni, ma la raffinatezza di stampo mitteleuropeo, il gusto d’altri tempi per le frasi memorabili, la cura certosina per le descrizioni di certi momenti sono invece il marchio di fabbrica inconfondibile di un libro che riesce a diventare un ponte tra due letterature: quella dei grandi romanzi europei del dopoguerra (pensiamo a Remarque, Boll, Uhlman) e quella thriller anglosassone, che furoreggia in libreria da poco più di dieci anni. Un’impresa, signora mia, non da poco.

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