The last girl

The last girl

Zoey si sveglia di colpo. Rimarebbe volentieri a letto pur di non ripetere gli stessi gesti, di non vedere le stesse facce del giorno precedente. Ma è inutile anche solo fantasticare. Apre gli occhi, si alza ed infila le ciabatte quasi senza guardare perché conosce a memoria ogni angolo di quella angusta stanza di cemento. Sa che dopo la doccia bollente, come ogni giorno, dovrà indossare uno dei due abiti in dotazione: un pantalone di cotone grezzo ed un top informe che le copre i fianchi dandole le sembianze di un sacco di iuta. Ha ancora una mezz’ora di tempo prima che Simon, il suo Custode, bussi alla porta della cella per scortarla in refettorio dove consumerà la stessa insapore colazione di tutti i giorni. Ne approfitta per sporgersi fin su alla finestra di vetro e con delicatezza riesce a togliere l’intero pannello e a far entrare nella stanza aria che non sia condizionata. Con gli anni trascorsi in quella stanza del Complesso di Ricerca Avanzata, Zoey è riuscita millimetro dopo millimetro a staccare il pesante pannello dal sigillante che lo tiene attaccato al muro. È lì, nella piccola nicchia fra il vetro e il vuoto, che custodisce gli unici suoi tesori: Il conte di Montecristo e La lettera scarlatta. I primi due libri che abbia mai visto a non essere stampati dalla NOA (National Obstetric Alliance), trovati nella stanza – forse lasciati da chi l’aveva abitata prima di lei ‒ e da tenere accuratamente nascosti, se non vuole finire a trascorrere una giornata nella buia “scatola”. Compiuti ventuno anni le ragazze vengono liberate in una zona franca dove potranno finalmente ricongiungersi alla famiglia di origine. O almeno è quello che viene fatto credere loro...

Primo di una trilogia annunciata, The last girl è ambientato in un futuro prossimo in cui motivi sanitari non identificati riducono la popolazione femminile mondiale ad un migliaio di esemplari. Nel 2018 l’unica soluzione che il governo americano ritiene valida è quella di sostenere il programma di ricerca della NOA e di obbligare le donne che hanno partorito bambine a presentarsi nei centri di accoglienza preposti. Dopo l’inevitabile ribellione di gran parte della popolazione, sedata nel sangue dal governo, solo alcuni gruppi di resistenza si nascondono nelle foreste mentre le bambine e le ragazze vengono rapite da gruppi armati e consegnate al Centro dove vivranno votate ad un “Bene superiore”, la rinascita del genere umano. Nonostante la narrazione sia avvincente, le prime cento pagine sono penalizzate in parte dalla sensazione di déjà-vu per chi ha letto Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood. Le analogie sono molte: donne classificate in base alla fertilità, impossibilità di accedere ai libri ed alla cultura, reclusione ed organizzazione di tipo militare, sostanziale sottomissione della donna all’uomo, presenza di Custodi; persino la figura di Miss Gwen ricorda le odiose Zie che nel romanzo della Atwood educavano le donne al rigore ed alla sottomissione. Superato questo scoglio iniziale però il plot acquista una propria originalità e maggiore movimento soprattutto perché a differenza della Difred de Il racconto dell’ancella, Zoey capisce sin da subito che qualcosa non quadra nel microcosmo imposto dall’Autorita ed è anche fortemente determinata a scoprire la verità, a qualunque costo.



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