L'atlante di fuoco

L'Atlante di fuoco
Quel sogno la tormentava ormai da giorni, e ad ogni risveglio aumentava la consapevolezza che qualcosa di terribile stava per accadere e che probabilmente non c’era nulla che avrebbe potuto fare per evitarlo. Stava diventando sempre più difficile mantenere la calma. Le immagini le sfilavano davanti ogni volta più nitide e quella voce, cosi brutale e cantilenante, quella voce che ripeteva “Voglio i ragazzini, dove sono i ragazzini?” le risuonava in testa come un lugubre avvertimento. Il dott. Pym li aveva trasferiti a Baltimora per proteggerli, ma allora perché aveva cosi tanti dubbi in proposito? Perché mentre si avvicinava all’albero e lasciava cadere la lettera nel suo incavo incrociava le dita e pregava che il buon Mago non li avesse abbandonati? Kate era certa di avere urgente bisogno di aiuto, ma era come se l’Istituto per Orfani Irrecuperabili e Senza Speranza di Edgar Allan Poe avesse finito per risucchiare tutta la sua sicurezza. Insieme a Micheal ed Emma aveva visto molti orfanotrofi ma quest’ultimo era senz’altro il peggiore. Il clima era pessimo in qualsiasi stagione e come se non bastasse la signorina Crumley, la direttrice dell’orfanotrofio, li detestava apertamente. Non credeva ad una sola parola di quello che raccontavano sulla loro provenienza e non perdeva occasione per tormentarli e per sottolineare che prima o poi avrebbe trovato un modo per liberarsi di loro. La situazione non poteva essere più complicata e Kate non poteva certo permettersi il lusso di cedere allo sconforto. Era  pur sempre la Custode dell’Atlante di smeraldo, il primo fra i Libri dell’Inizio, e se le profezie dicevano il vero altri due libri attendevano di essere trovati. C’erano potenti forze che bramavano quei libri e dato che loro tre erano gli unici a poterli ritrovare la loro vita era continuamente sotto assedio. Il Ferale Magnus - chiunque egli fosse - non li avrebbe lasciati in pace finché non li avesse presi e costretti a collaborare con lui. L’urlo dello Strillatore la raggiunse mentre teneva saldamente ancorato al suo petto l’Atlante di smeraldo. Li avevano trovati...
La letteratura di genere, specie quella ad impronta fantasy, tende per sua natura ad essere ripetitiva, nei temi, nelle ambientazioni, nei personaggi che volenti o nolenti si rischia di rivedere trasformati e ricollocati in ambiti differenti ma pur sempre simili fra loro. Proprio per queste sue peculiari caratteristiche viene assunta dalla critica a genere letterario minore o privata a tal punto dei suoi pregi più evidenti da essere con faciloneria troppo spesso collocata fra la letteratura per ragazzi. A torto, perché in effetti alcuni fra gli autori più creativi, da J.R.R. Tolkien a C.S. Lewis, da Pullman a arrivare a Terry Brooks e George R. Martin, solo per citarne alcuni, hanno trovato nel fantasy la vera consacrazione del loro talento letterario. John Stephens, sebbene non possa certo ancora essere inserito nell'olimpo degli scrittori, nemmeno di genere, con questo sequel realizza un'opera ben costruita, ricca di particolari e di suspense. Il mondo in cui si snodano le avventure dei tre protagonisti è una realtà fuori dal tempo e dalle aree geografiche conosciute che si dipana su spazi temporali multipli in continui salti fra presente e passato. Mentre L'atlante di smeraldo, primo libro della saga, si era concentrato sull'evoluzione personale di Kate, maggiore dei tre fratelli, e sulla scoperta del primo dei Libri dell'Inizio, il secondo capitolo vede invece la conquista della maturità da parte di Micheal, il più schivo dei tre . Come custode designato dell'atlante di fuoco spetterà  a lui vincere le proprie paure e proteggere le sorelle dai pericoli sempre più incombenti che i Maligni disseminano sul loro percorso. La prosa è efficace, dai tratti semplici, adatta sia ad un pubblico più sofisticato che ad una lettura rilassata. A volte risente troppo dell'esperienza cinematografica dell'autore, assumendo i tratti vistosi di una sceneggiatura e rischiando, quindi, di perdere la presa emotiva sul lettore.  Certamente è una lettura piacevole, sebbene mai completamente innovativa.

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