Lazarus – Il senso di Bowie per il teatro

Lazarus – Il senso di Bowie per il teatro

Lindsay Kemp, britannico, morto a Livorno ottantenne nel 2018, è l’arma segreta di David Bowie. Che non è ancora nessuno quando, a vent’anni, decide di studiare mimo nella compagnia di teatro d’avanguardia proprio di Kemp. È un tempo di fermenti – basterebbe un nome solo in ambito musicale per chiarire le idee a chiunque: Velvet Underground… – sotto tutti i punti di vista il 1967, e le redini della carriera artistica dello sconosciuto David Jones passano nelle salde mani di Ken Pitt, sostituto del precedente manager, Ralph Horton. Tanto per cominciare, via quel nome così anonimo, ne serve uno fittizio e di maggiore impatto. David Jones esce di scena, entra David Bowie: e i riflettori su di lui non si spegneranno nemmeno con la morte. David si trasferisce nell’appartamento di Londra di Pitt, e comincia ad approfondire vari interessi, in primo luogo quello per il buddismo: non mancano ulteriori incontri. Esordisce davanti alla macchina da presa in un lungometraggio in bianco e nero muto e senza trama con Michael Byrne di cui interpreta il soggetto del quadro che sta dipingendo, e comincia a registrare col produttore Tony Visconti…

Amanda Lear lo ha detto in più occasioni: sono uscita qualche volta con David Bowie, ma mi faceva strano stare con un ragazzo che si truccava più di me… A parte le facezie, certo è che Bowie è stato un personaggio unico e insostituibile nella storia non solo della musica rock, ma dell’arte in senso globale. Geniale, originale, carismatico, perennemente all’avanguardia. “Look up here, I’m in heaven / I’ve got scars that can’t be seen / I’ve got drama, can’t be stolen / Everybody knows me now / Look up here, man, I’m in danger / I’ve got nothing left to lose / I’m so high it makes my brain whirl / Dropped my cell phone down below / Ain’t that just like me?”... È così che inizia Lazarus, il secondo singolo estratto dal venticinquesimo album del Duca Bianco, Blackstar, l’ultimo registrato in vita dall’artista, stroncato a 69 anni e due giorni dal cancro nel 2016 dopo una lunga battaglia: è un autoepitaffio, un testamento, un congedo, così come tutto l’album. Al tempo stesso rimanda al più celebre dei risorti – la morte è davvero definitiva? – per mano di Gesù e anche a un musical – Bowie ha una particolare sensibilità e predisposizione per il teatro – scritto dallo stesso Bowie assieme al drammaturgo irlandese Enda Walsh per il New York City Theater. Un sequel, rappresentato nel 2015, della vicenda di Thomas Jerome Newton, protagonista del film (tratto dal romanzo di fantascienza, ma al tempo stesso fortemente autobiografico, del 1963 di Walter Tevis, che narra la storia di un viaggiatore solitario alieno che giunge sul nostro pianeta cercando un modo per trasportarvi la gente del suo pianeta, che è sul punto di implodere devastato da una serie di guerre atomiche), L’uomo che cadde sulla Terra, con cui proprio Bowie, già androgino Ziggy Stardust nei suoi concerti, aveva compiuto, con un’interpretazione mirabile, il suo vero e proprio esordio strutturato dinnanzi alla macchina da presa. Silvia Lamia, dottoressa in Critica Letteraria e Letterature Comparate e in Letteratura Teatrale, esperta di comunicazione, teatro, cinema e musica nonché ufficio stampa e organizzatrice di festival artistici con all’attivo un Master in Critica Giornalistica presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, intervista il succitato Walsh assieme al coreografo, attore, ballerino, mimo e regista Lindsay Kemp e a Francesco Donadio e realizza un’esegesi chiara e approfondita sotto ogni punto di vista, anche alla luce della poetica brechtiana, della carriera, della vita e delle opere di David Bowie.



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