Le 120 giornate di Sodoma

Le 120 giornate di Sodoma

Primi del '700, Francia. Il regno di Luigi XIV sta per finire e il Paese vive una profonda depressione, non solo economica. Quattro ricchissimi personaggi decidono di 'sollevarsi lo spirito' organizzando una ultima costosissima, elaboratissima, lunghissima, selvaggia orgia senza limiti. Il cinquantenne duca di Blangis è una sorta di colosso dai selvaggi appetiti e dal membro gigantesco, del tutto privo di scrupoli: ama strangolare le donne mentre prova l'orgasmo, e per interesse o perverso divertimento non ha esitato a uccidere anche la madre, una sorella e tre mogli. Suo fratello è un vescovo, ma non per questo meno scellerato nei comportamenti: ha sulla coscienza parecchie morti anche lui, persino di bambini, e disprezza l'organo genitale femminile, essendo “seguace fedele della sodomia attiva e passiva”. L'anziano presidente De Curval è alto e scheletrico, coperto da una fitta peluria e da croste di sporcizia che lo rendono puzzolente oltre ogni sopportazione: odia la religione con tutte le forze e ama viceversa la violenza e la prevaricazione, e ha commesso tali nefandezze da esser stato rimosso dal suo incarico prestigioso. Ultimo viene Durcet, basso e tarchiato che pare un rospo, microdotato e del tutto impotente, con natiche e petto paffuti e rosei come una femmina. I quattro ripugnanti nobili, in compagnia delle quattro mogli (che trattano a dir poco come schiave e non esitano a scambiarsi), di quattro perverse anziane 'novellatrici' che hanno il compito di raccontare spaventose nefandezze sessuali che servano da ispirazione, di altrettante laide megere, di otto stupende ragazzine e otto bellissimi ragazzini che sono stati fatti rapire da sgherri prezzolati e infine di otto nerboruti 'fottitori' (più un buon numero di personale di servizio) si rinchiudono nell'isolato e inaccessibile Castello del Duca di Blangis, nella Foresta Nera. Qui, dopo aver fatto crollare l'unico ponte di collegamento alle loro spalle ed essersi fatti murare dentro, danno inizio a una complicata liturgia di sesso, orrore e morte...

Le 120 giornate di Sodoma, nero Decameron che si propone di oltrepassare – anzi, demolire - sistematicamente, con ferocia, ogni possibile confine nel campo della morale sessuale (e della morale tout court), è senza dubbio un libro maledetto. E non solo per la sua turbolenta storia editoriale (incompiuto, è stato scritto da de Sade in una cella della Bastiglia dal 1785 al 1789 su un rotolone di carta, per poi andare perduto allo scoppio della Rivoluzione francese, riapparire rocambolescamente nel circuito dei collezionisti, essere stampato la prima volta addirittura nel 1931 – e solo in tiratura limitata  per paura della censura), quanto per il suo contenuto. È come se ci trovassimo dinanzi a una sorta di Necronomicon, la cui lettura evoca demoni talmente terribili da far perdere la ragione. La struttura  ricorda i gironi infernali, con il tasso di 'perversione' che aumenta man mano che ci si addentra nelle pagine, che si scende nel profondo. E se considerate che nel racconto della prima giornata si parla di sacerdoti che amano farsi urinare addosso da bambine, vi renderete conto facilmente (o forse no) di cosa può aspettarcisi dopo 120 giornate. Un delirio di sfrenata violenza che davvero lascia attoniti, travolge, accende i sensi di un oscuro furore del quale non può non sentircisi colpevoli, a meno che non si predichi l'adamantino egoismo che de Sade non si stancava di affermare, come ci ricorda Maurice Blanchot: “La natura ci fa nascere soli, non esistono rapporti di nessun tipo tra uomo e uomo. L'unica regola di condotta consiste dunque nel fatto di preferire tutto ciò che mi rende felice e di non tenere in nessun conto tutto ciò che la mia preferenza può comportare di funesto per gli altri. Il più grande dolore altrui conta sempre meno del mio piacere”. Ma la negazione degli altri, portata alle estreme conseguenze, diventa negazione di se stessi, e infatti il libro è un disperato, atroce canto di autodistruzione. Che oltre che spavento, fa anche tanta malinconia.



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