Le affacciate

Le affacciate

Milano, giorni nostri. Nina è appena stata licenziata dopo cinque anni in una società di eventi e, in cerca di punti fermi, si è ritrasferita nell’appartamento a ringhiera che condivideva con l’ultimo ex. Incapace di pensarsi al di là del lavoro e della sua immagine pubblica, trascorre le giornate a letto a ricontare i chiodi nelle travi del soffitto e a chattare su WhatsApp con Anna, l’amica fidata; non ha detto a nessuno di aver perso il lavoro e si tiene occupata con una pantomima virtuale: “Per il mondo online ho creato un profilo/alibi a prova di bomba, pieno di lamentele sui miei orari lavorativi e sulla difficoltà di avere una vita privata. Per rafforzare la mia credibilità, ogni due giorni posto foto di sopralluoghi improbabili, tra hotel pentastellati e ville da mille e una notte. La mia vita social ha ancora un ottimo, stressante e invidiabilissimo lavoro”. Della realtà esterna Nina assorbe soltanto il peggio: “Il mondo fa schifo, la gente muore ai concerti, i bambini annegano in mare, le ragazze si ammazzano di selfie, non ci si parla più”. A un passo dalla depressione, non riesce a trovare la forza per incontrare Anna vis-à-vis. Finché, per una circostanza fortuita, non comincia a interessarsi a una vicina di casa, l’anziana signora Adele, “la Carla Fracci di via De Castillia”, che suo malgrado la coinvolge in una cena tra vecchie amiche. Le altre due invitate sono la cartomante Teresita e “la forzuta” Svetlana: queste “tre grazie” conoscono tutti i segreti l’una dell’altra e decidono di condividerli con Nina, nell’attesa di una meravigliosa zuppa di pesce che sembra non arrivare mai. Nina scopre così i trascorsi disperati, avventurosi e sovraumani della serba Svetlana, nonché la struggente storia di adulterio che ha cambiato la vita della signora Adele, e alla fine, stimolata da questi racconti di vita vera, complice un colpo di fortuna, trova un motivo per rimettersi in piedi...

Le affacciate è un antiromanzo coraggioso, quasi spudorato nella sua determinazione a scardinare molti dei parametri di una narrazione convenzionale. All’inizio assistiamo ai monologhi nevrotici, cinici e sconclusionati della protagonista, alla sua immersione nel proprio io, alla sua apparente assenza di autocritica; in realtà, Nina è consapevole della propria disfunzionalità: “Vorrei tornare a quando i miei pensieri erano puliti. A quando, prima di pensare male, avrei sempre e solo pensato bene. A quando sognavo anch’io. [...] quando, anche se non mi sopportavo, mi piacevo da morire”; e ancora: “Mi nutro della disperazione di non essere più com’ero, vittima innamorata di una maledetta nostalgia”. In questa prima metà del romanzo a farla da padrona è la vivida voce di Nina, con le sue idiosincrasie e il suo umorismo acido: da questo punto di vista Perali ha fatto un ottimo lavoro, perché non ha avuto paura di mostrare le fragilità della protagonista, né di rendercela antipatica, e così facendo le ha donato umanità. L’aderenza al reale raggiunge il picco negli intermezzi comici delle chat tra Nina e Anna, nelle quali dramma e frivolezza si mescolano con effetti piacevolmente disturbanti. A metà libro, però, succede qualcosa di straniante, non a livello di trama bensì in termini di forma: Nina si fa da parte e la sua condizione diventa la cornice per altre due sottotrame, quella di Svetlana e quella di Adele, ma se la storia di Adele è affidata a una terza persona attendibile, Svetlana racconta le proprie vicende col registro artificioso di un narratore libresco; per intenderci, ecco l’attacco del suo monologo: “Forse ti può interessare che sono nata a Varvarin, in quella che adesso è la Serbia, nel maggio del ’45, da una famiglia cristiano-ortodossa quando quella terra montuosa era ancora la Jugoslavia comunista di Tito. Mia madre era alta uno e novanta e pesava novanta chili. Era così possente che il fratello che non ho mai conosciuto morì pochi giorni dopo la nascita, schiacciato dall’imponenza dei suoi seni”. La distanza tra la spontaneità della voce di Nina e l’oralità teatrale di quella di Svetlana è tale che persino Anna, informata telematicamente, si rivela scettica: “Ma poi che c’entra Craxi con... da dove viene lei”. Si tratta di un espediente narrativo consapevole ma che non mancherà di disorientare più di un lettore. Al contempo, se si supera questo scoglio animati dall’affetto per Nina e dalla curiosità per le intense sottotrame, si arriva presto alla sensazione che, sotto l’attitudine istrionica e postmodernista, scorra un messaggio coeso e ponderato. In centocinquanta pagine, infatti, Perali riesce a riassumere tutti i tic di una generazione, quella dei trentenni-quarantenni di oggi, contrapponendoli agli eventi di un passato in cui “si viveva davvero”, e che appare sempre nostalgicamente migliore, anche quando foriero di struggimenti: “Quelle sì che erano storie extraconiugali. La fedeltà nei tradimenti era eterna come un matrimonio. Nascosta e indissolubile”. Svetlana e Adele hanno delle storie da raccontare, mentre Nina procede per riferimenti cinematografici, durante la cena sta incollata al cellulare “come gli adolescenti” e non sa più chi è al di fuori dei social: Perali gioca costantemente con questa contrapposizione, incastrando il punto di vista del lettore in quello di Nina ma parteggiando in realtà per le tre grazie, ed è la sua capacità di non essere mai didascalica ad alimentare l’atipica godibilità di questo antiromanzo.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER