Le afflizioni

Le afflizioni
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Nella Virginitas aeterna, malattia di cui si lamentano con la stessa amarezza le donne colpite e i loro mariti, si manifestano le insidie di un meccanismo curativo troppo efficiente; il corpo della malata, infatti, insiste nel riparare e riparare alla condizione originaria parti anatomiche che sarebbe meglio restassero danneggiate. Nelle donne afflitte da questa malattia l’imene, lacerato che sia dai ferri del chirurgo o dalla fornicazione, si ripara di continuo senza che né l’escissione né la scarificazione producano un sollievo duraturo. A causa della ripetuta restaurazione della verginità, ogni convegno sessuale porta con sé il dolore e l’ansia di una nuova deflorazione. La maggior parte delle malate, dunque, sviluppa una decisa contrarietà verso qualunque pratica erotica. Alcune sfidano il disagio con in mente l’obiettivo della maternità, ma anche questo non è privo di rischi. Come se i tormenti di questa malattia non fossero sufficienti, i profittatori sono sempre pronti a sfruttarne le inferme. Per il proprietario di un bordello niente vale di più di una ragazza con la Virginitas aeterna. Ricchi clienti, infiammati dal desiderio per la purezza di una vergine, alimentato dalle Scritture e dalle tradizioni, sono disposti a fare parecchie miglia per appropriarsi dell’innocenza di una fanciulla. Una volta compiuto l’atto se ne vanno, saziata la propria lussuria, inconsapevoli che la ragazza ha già in realtà conosciuto molti uomini e che la sua innocenza è ormai spezzata oltre ogni possibilità di riparazione, avendo conosciuto il sangue e il dolore assai più spesso della dolcezza che dovrebbe addolcirli…

Máximo è nano. Tutti lo fissano. Ci è abituato. È giovane, ma non così tanto come erano tutti gli altri quando hanno cominciato a frequentare la biblioteca centrale, ossia più o meno al primo spuntare dei peli sopra le labbra. Ha il viso deforme. Vuole diventare bibliotecario. È un farmacista. L’anziano e morente custode dello scrigno di tesori libreschi lo designa come suo erede. Gli affida l’Encyclopaedia medicinae, che consta di trecentoventisette volumi, ciascuno con il proprio scaffale di teak e la propria panca per leggerlo. È la Bibbia delle afflizioni dell’umanità, manifestazioni di difetti, vizi, miserie. Anima e corpo, in ossequio alle dottrine più classiche, antiche e consolidate, appaiono dunque inestricabilmente connessi. Vikram Paralkar è indiano. Di Mumbai. È un ematologo di fama mondiale. È ricercatore presso la University of Pennsylvania. È uno scienziato vero. Che con sguardo laico, asciutto, da verista che seziona al microscopio la realtà ma al tempo stesso non cessa di anelare all’infinito e al trascendente, dà vita a un racconto agilissimo, brillante e pieno di spunti di riflessione, che indaga con levità sorprendente uno dei temi fondamentali dell’umanità: la ricerca continua e costante del superamento del limite della corporeità. Della caducità. Della decadenza. Cosa rimane quando non esistiamo più, insomma, tra Epicuro e Galeno. Per far questo costruisce una narrazione straordinariamente armoniosa che alterna racconti, esegesi, digressioni e confessioni alla trattazione credibilissima, e insieme ironica e a tratti pure davvero esilarante, di cinquanta pseudomalanni, come afasie che in realtà portano alla logorrea, morbi che costringono all’insaziabile accoppiamento di gruppo e amnesie che soffocano il bello nella meschinità.



 

 

 

 
 
 
 

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