Le aggravanti sentimentali

Le aggravanti sentimentali

Roma. Un tramonto di fine luglio al Gianicolo. Sotto i platani, a pochi passi dalla statua di Garibaldi, c’è una panchina. Seduto su quella panchina ‒ il braccio disteso, l’aria pensierosa ‒ c’è un uomo. Le rughe intorno agli occhi rivelano che è sulla cinquantina. Riflette, oppure guarda solo distrattamente di fronte a sé. Moglie e figli sono partiti in vacanza e la sonnacchiosa e languida serata estiva lo fotografa semplicemente lì, intento nella tenue luce arancione a pensare alla felicità. Alla sua, a quella dei suoi amici, a quella delle facce che lo circondano: facce però di disperazione, di gente che prova semplicemente a sopravvivere, a tirare avanti tra slot machine sempre in moto e gratta & vinci tra le mani. Ma quale felicità! No, non è felice nemmeno lui, ed è per questo che ci pensa. E nemmeno i suoi amici lo sono. Prendiamo Giacomo per esempio: i suoi riccioli al vento, la sua giovinezza, la sua ingenuità, eppure in pochissimo tempo è passato da promettente regista a consegnatore di pizze a domicilio, costretto a vivere nella penombra della latitanza pur di non essere beccato dal suo padrone di casa. Oppure Paola, che a differenza di Giacomo è una produttrice di successo, ma a soli trentacinque anni si vede già vecchia e fuori mercato. Ecco, forse solo Luigi Piccirillo sa essere a modo suo felice. Bello, artista affermato, sopratutto stronzo e per questo ‒ neanche a dirlo ‒ costantemente circondato da donne problematiche e masochiste. Proprio Luigi peraltro è il primo a palesarsi al cospetto di Antonio, l’uomo sulla panchina. Hanno appuntamento con Paola e Giacomo per una festa/premiazione di un vecchio e noto regista, oramai ridotto in carrozzella e bombola d’ossigeno...

Logorroico, disarmante, divertente, irriverente, a tratti forse solo un filo troppo compiaciuto, Antonio Pascale – autore e attore protagonista del romanzo – nel mezzo del cammin della sua vita filosofeggia dalla sua morettiana panchina con i suoi amici sull’esistenza, sulla felicità (o sulla mancanza di essa), sul libero arbitrio, sull’amore, sul senso dell’arte, sulla morte, mentre la vita volente o nolente attorno e dentro di loro continua a scorrere, a rimestare con piccoli e grandi “impicci” che inevitabilmente modificano il senso del destino e delle storie di ognuno di loro. Pascale scrive in soggettiva, e attraverso i suoi occhi ed il suo pensiero ci mostra sullo sfondo di una oziosa Roma estiva il suo personale e irrisolto dilemma esistenziale. Dove risiede la felicità? In un’opera d’arte? Nella perfezione di un culo? Nella procreazione? E quanta parte abbiamo noi in tutto questo? Il tutto senza dare troppa importanza alla trama, rinunciando quasi alla stessa forma del romanzo, che viene però fuori come sottotesto dai racconti di vita vissuta degli attori, dai flash, dai sobbalzi, dagli scossoni che quasi vengono incontro al lettore proprio come i personaggi che si radunano attorno a lui per quel primo appuntamento. Storie di una notte, tentativi di suicidio, amicizie profonde, machismo: un fiume di parole, dialoghi, quesiti, interrogativi che sgorga dalle menti mai silenti dei personaggi e si fa inevitabilmente e inesorabilmente alla fine trama, storia, romanzo. Una tensione verso quella felicità a cui ognuno di loro – e di noi – a proprio modo prova a dare un senso compiuto, con l’aggravante (sentimentale o no) di non riuscire quasi mai a trovarla.



 

 

 

 
 
 
 

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